Oggi vi raccontiamo ancora qualcosina sulla genesi de Il Serpente di Fuoco. Come vi dicevo, nella prima bozza del racconto di Max il personaggio di Amber esisteva già. Nel senso che ai miei occhi di lettrice, pur in quelle poche pagine, lei appariva già viva, definita.
Ovviamente uno dei primi argomenti di discussione sul progetto è stata l’assegnazione delle parti. Con Xomegap abbiamo sempre lavorato “a personaggio": ogni autore si faceva carico di un punto di vista e raccontava la sua parte di storia e ci pareva naturale che sarebbe stato così anche in questo caso.
“Però Amber è già un personaggio molto tuo” ho detto a Max.
“In effetti” ha risposto lui con una formula che ormai conosco molto bene, “ho già un’idea piuttosto precisa di come dovrebbe essere.”
“Benissimo, allora io prendo lui, così creiamo un po’ di scompiglio.”
Rovesciando quindi uno schema che poteva sembrare scontato, abbiamo iniziato a lavorare sui personaggi.

C'era poi la questione di come organizzare la linea temporale del romanzo.
La storia portava con sé una struttura un po’ complicata. Gli appunti di Max iniziavano infatti verso la fine della vicenda, ma con l’idea di farne un romanzo c’era molto da raccontare di quello che era avvenuto prima.
Alla fine abbiamo deciso di creare tre livelli di narrazione.
Una storia al presente divisa in brevi cornici, che racconta al lettore il finale senza dare nessuna spiegazione.
Una storia al passato, in ordine cronologico, divisa in capitoli fra i due protagonisti, che narra quel che era accaduto prima e fornisce al lettore gli elementi per comprendere e apprezzare il tempo presente.
Infine una piccola parte assegnata a Murgo, venuto in contatto con il nostro popolo in un momento diverso rispetto al tempo della storia di Amber e Dammar, in cui abbiamo lasciato spazio alla sua vena antropologica per mostrare ulteriori dettagli della società di cui i due protagonisti fanno parte.
Ovviamente i tre livelli si alternano uno all’altro nelle pagine del libro in un susseguirsi di azioni e rivelazioni che nel nostro intento dovevano interessare, appassionare e approfondire.
Speriamo di esserci riusciti.

tramonto foresta

Era la fine di Marzo 2013 ed eravamo a Play, la fiera del gioco di Modena, a presentare il gioco di narrazione tratto da Finisterra. Io e Max coprivamo il turno della domenica e a un certo punto lui mi fa una proposta. “Ho quest’idea abbozzata per un racconto, ma secondo me ci verrebbe fuori qualcosa di più. Ti va di scriverlo assieme?”
Quando si parla di progetti “scrittorici” io non mi tiro mai indietro, ma il pensiero di lavorare su un’idea che era stata già elaborata, con personaggi già definiti, non mi convinceva del tutto. Io e Max collaboriamo da tanto tempo, ma di solito i progetti li iniziamo insieme da zero.
Il giorno dopo mi manda i suoi appunti e io trovo subito non uno ma ben tre motivi per cui DOVEVO scrivere questa storia.
Innanzitutto l’idea da cui scaturiva il racconto riguardava un rito e io sono da sempre affascinata dalle religioni. Inoltre l’unica cosa che Max aveva tracciato un po’ nel dettaglio era il personaggio di Amber, quindi rimaneva tutto lo spazio per dare forma a questo popolo, alla loro città e naturalmente al secondo protagonista. Infine, cosa che mi ha convinto del tutto, l’ambientazione mi dava l’occasione per parlare di un luogo in cui qualche anno prima avevo lasciato una consistente fetta di cuore, cioè il deserto, nel mio caso specifico quello Namibiano.
Sfogliando l’archivio di Gmail posso vedere che già in quella stessa settimana un serrato scambio di corrispondenza fece lievitare il primo foglio di appunti ad alcune pagine contenenti informazioni sui protagonisti, sugli usi e costumi del popolo di Città del Sole (persino una bozza di mappa) e sulla struttura che avremmo dato al romanzo.
Ricordo che una delle discussioni più corpose riguardò proprio quest’ultima, perché dietro al banchetto di Play era già emersa l’ombra di Murgo (che in un primo tempo si chiamava Borma).
Da lettori io e Max ci confrontiamo molto spesso ed entrambi eravamo concordi sul fatto che le lunghe saghe ci avevano un po’ stancato. Cosa ci sarebbe piaciuto leggere quindi?
E così ecco l’idea di una sorta di “collana” di romanzi brevi e autoconclusivi, di genere avventuroso, ambientati in luoghi suggestivi e con un pizzico di fantastico. I viaggi di Murgo, appunto, un esploratore con la curiosità di un antropologo in viaggio per una Terra in tutto simile alla nostra, tranne che per le pieghe in cui trovano posto proprio le nostre storie.

PLAY 2013
Foto d'archivio di quella domenica a Play

Siamo arrivati alla fine di questo 2016, non ci resta che augurarvi un fantastico 2017 ricco di magia e di buone letture!

Da oggi nella nuova pagina Downloads è possibile scaricare il pdf promozionale de "Il serpente di fuoco" che contiene in un unico file tutti i testi già pubblicato in precedenza - primo capitolo della storia cornice, primo estratto dalle cronache di Murgo il Ramingo e primi due capitoli - ma anche qualcosa di nuovo. Infatti nella versione precedente i primi due capitoli si interrompevano circa a metà mentre in questo promozionale sono completi.

Buona lettura!

Namib - Serpente di Fuoco

IL SERPENTE DI FUOCO (promo)

 

Oggi vi presentiamo Amber, la seconda protagonista del romanzo, pubblicando una parte del secondo capitolo che si svolge dal suo punto di vista. I fatti qui narrati, si svolgono in contemporanea (anzi poco dopo, ma comunque non c'è intersezione tra i due capitoli) agli avventimenti del primo capitolo che ha per protagonista Dammar.
Buona lettura!

Amber aprì l’occhio destro con pigra irritazione.
Il possente Vebrah, filtrando attraverso le tende che oscuravano la piccola finestra quadrata della sua stanza, l’aveva raggiunta nell’angolo più lontano del suo giaciglio e le pizzicava le gambe. Questo significava che l’ora era ormai tarda e non poteva sottrarsi oltre all’incombenza di alzarsi.
Sospirò e con lentezza si sedette sul bordo del letto. Accanto al catino per l’acqua Uncaria le aveva lasciato una tazza di latte di dromedario, un piccolo pane e una ciotola con alcuni fichi d’india già sbucciati. La principessa sospirò, avrebbe preferito un altro frutto, una banana o qualche fetta d’ananas, l’ancella sapeva che i fichi d’india l’attraevano ben poco: decise che li avrebbe lasciati dov’erano.
Si rinfrescò il viso e il collo con l’acqua del catino, poi si dedicò al latte e al pane. Come ogni giorno appena alzata aveva la sensazione che non sarebbe riuscita a deglutirne nemmeno un boccone, invece dopo il primo morso si scoprì affamata e lo finì in pochi istanti.
namibia_b0050_modRinfrancata dalla colazione, indossò una tunica chiara e imboccò la porta delle sue stanze. Sulla soglia si fermò indecisa, le seccava ammetterlo ma aveva ancora fame. Sbirciò i fichi di sghembo, erano rossi, maturi e ancora lucidi del loro succo. Dopotutto, pensò, la sua protesta del cibo poteva attendere un altro giorno.
Prese i fichi e si affrettò fuori dalla camera.
Il Palazzo del Sole aveva la forma di una gigantesca ciambella di quinoa al miele. Le mura esterne dominavano la città, ma a eccezione del Padiglione della Cura, alloggiavano solo pochi corridoi di osservazione. Le stanze di Amber e degli altri abitanti del Palazzo guardavano invece al perimetro interno, un grande pozzo circolare in fondo al quale era adagiato il Giardino dell’Ombra. Sette piani di camminamenti conducevano dalle stanze del Re fino al giardino.
In tutto il Palazzo vivevano appena una decina di persone, ed erano le uniche che la principessa avesse mai conosciuto nei suoi quindici anni di vita. C’erano, certo, i fuggevoli incontri con gli Speziali, con i Maestri della Pietra e con i popolani nel Padiglione della Cura, ma con nessuno tra loro scambiava mai più di una parola.
Amber rivolse lo sguardo verso il cielo, Vebrah risplendeva abbagliante come ogni giorno e di lato un piccolo sbuffo di garza bianca decorava solitario l’azzurro sconfinato. La principessa sorrise, se fosse stata una persona superstiziosa avrebbe interpretato quel raro evento come il presagio di una giornata eccezionale.
Prese verso destra in direzione delle scale, Uncaria di certo l’attendeva nel Giardino dell’Ombra, e con la calura che cresceva non vedeva l’ora di raggiungerla.
Al piano sottostante deviò verso la scala più lontana per aggirare le stanze di Jasper, il figlio del Magistrato alle Acque. Si sentiva ormai fuori pericolo quando una voce la chiamò dall’altro lato del pozzo.
– Amber aspettami! – strillò il ragazzo scorgendola da lontano.
Amber si fermò contrariata. Jasper aveva un anno più di lei e fin da bambino studiava per prendere il posto del padre. Non era un cattivo ragazzo, ma non pareva mai rendersi conto di quando lei era stanca della sua compagnia.
– Buongiorno – la salutò trafelato.
– Buongiorno, Magistrato – rispose lei con finta deferenza.
– Non sono ancora Magistrato, Principessa – rispose Jasper, quasi che lei non lo sapesse.
–Scusami Jasper, ma oggi non ho tempo per chiacchierare, ieri abbiamo legato le orchidee di mezzanotte e sono ansiosa di vedere il risultato – cercò di defilarsi.
– Scendiamo insieme per un pezzo, mi hanno appena convocato alle cateratte.
Oggi ho proprio tutte le sfortune.
– Si sono intasate di nuovo le tubazioni? – domandò.
– So solo che è suonata la campanella nella mia stanza. Tre sequenze di rintocchi.
– Una convocazione urgente! Che cosa sarà mai successo? – sdrammatizzò lei.
Jasper si strinse nelle spalle senza replicare, Amber scorse un velo di preoccupazione sul suo volto. Mentre un’altra rampa di scale li portava un piano più sotto, fra loro cadde un silenzio inaspettato. La principessa studiò l’altro di sottecchi: allampanato e dall’andatura caracollante, denti sporgenti e naso piatto, Jasper non era ciò che Amber avrebbe definito un bel ragazzo. Non che ne avesse conosciuti molti, in ogni caso.
Il suo silenzio però la turbava. Al contrario del padre, che si interessava solo di scienza idraulica, Jasper leggeva molto, e non mancava mai di tediarla con disquisizioni interminabili. A volte aveva l’impressione che tutto quel parlare fosse un goffo tentativo di corteggiarla. Naturalmente ciò non aveva senso: secondo la tradizione la linea di successione del Magistrato alle Acque e quella dei regnanti non si potevano intersecare. Lei era destinata a sposare un popolano, probabilmente un Maestro della Pietra.
Amber scosse il capo contrariata. Tutto quell’ossequio nei confronti di una polverosa tradizione le pareva così assurdo! Per quale motivo non poteva essere libera di sposare Jasper, se lo avesse voluto? Non che lo volesse, ovviamente.
Alle loro spalle si udì un passo strascicato, Amber non si voltò nemmeno a guardare, sapeva già di chi si trattava: il suo umore peggiorò ulteriormente.
Quella donna mi sta di nuovo seguendo.
All’improvviso sentì l’esigenza di riprendere la conversazione. – Suvvia Jasper non preoccuparti, prima ho visto una nuvola in cielo, non può essere nulla di grave.
– L’ho vista anch’io – dichiarò l’altro. – Ma tu non credi a queste cose, giusto?
– Infatti. Saranno di certo notizie pessime – lo punzecchiò.
Jasper non raccolse e la principessa era già pronta a chiedere indietro la versione ciarliera del suo amico, quando giunsero al bivio per le cateratte. Una scalinata stretta e buia si gettava nelle profondità del Palazzo e venti gradini più sotto si concludeva contro una porta chiusa a chiave. Amber era stata soltanto una volta in quel regno misterioso, ed era talmente piccola che non avrebbe saputo dire quante delle immagini nella sua mente fossero frutto di ricordi e quante di fantasia.
– Io scendo di qua – affermò Jasper rimarcando l’ovvio.
– Buona giornata – rispose Amber.
– Anche a te – concluse lui, ma non fece cenno di imboccare la scala. La principessa stava per riprendere il cammino, quando spuntò la donna. Era un fagotto piccolo e grigio raccolto in una veste informe, un volto rubicondo su cui erano piantati dei radi capelli bianchi.
Amber la affrontò con piglio. – Che cosa ci fai, qui?
Per tutta risposta la donna mise in mostra un sorriso ebete e sdentato e protese verso di lei un piccolo fiore appassito, biascicando sillabe incomprensibili.
– Smettila di seguirmi e torna nelle tue stanze! Non ho tempo per te, oggi! – la rimbrottò.
La principessa mosse due passi minacciosi e l’altra batté in ritirata lasciando cadere il fiore.
– Dovresti controllarti meglio – la rimproverò Jasper.
Amber si sentì avvampare di vergogna. Fin da bambini al popolo di Città del Sole veniva insegnato che la rabbia era il primo passo verso la violenza. Lei però non era mai stata brava a dominare quel che provava. Spesso faticava persino a nasconderlo. – Mi segue di continuo – si giustificò.
Il ragazzo superò Amber e raccolse il fiore. Cercò di tenerlo dritto, ma era avvizzito senza speranza. – Voleva essere gentile, ti aveva portato un fiore.
– Lo fa un giorno sì e uno no – tagliò corto Amber. – Vorrebbe che la portassi nel Giardino dell’Ombra.
– E perché non lo fai?
– L’ho fatto qualche volta, ma devo tenerla sempre sott’occhio. Il mese scorso l’ho lasciata sola un momento e si è messa a strappare gli astracolli. Ci avevo messo tutta la mattinata a pulirli dalla muffa verde.
– È un anno che lotti con la muffa verde degli astracolli, forse estirparli e piantarne dei nuovi poteva essere una buona idea – suggerì Jasper.
– Forse – concesse Amber plumbea, – ma sono io la responsabile del Giardino dell’Ombra, devo essere io a decidere, non lei.
Jasper annuì remissivo. – Devo andare – mormorò, e si allontanò.

Il Giardino dell’Ombra era stato costruito al livello del suolo. Dal piano più basso del palazzo una lunga scalinata conduceva a un piccolo ballatoio da cui era possibile osservare il lago di acqua cristallina punteggiato di vasche e isolotti collegati da ponticelli di pietra.
A metà della scalinata principale, un passaggio dava accesso a una balconata circolare dove erano invasate decine di Ficus Eliofili che filtravano la luce del sole proteggendo le più delicate tra le piante sottostanti.
Amber spuntò sul ballatoio e si prese alcuni istanti per dare un’occhiata al giardino nel suo complesso. Amava quel luogo più di ogni altro nel Palazzo. Ogni scusa era buona per passarvi del tempo, anche pulire a una a una le foglie degli astracolli dalla muffa verde con l’acqua sulfurea.
Un movimento in una delle vasche più lontane la informò della presenza di Uncaria, l’ancella sollevò la testa e le si fece incontro di buon passo.
Amber scese l’ultima rampa con lentezza, l’altra la raggiunse sull’ultimo gradino. – Principessa, le orchidee non si sono dischiuse! – la accolse con voce trafelata. Avevano passato tutto il pomeriggio precedente a legare le foglie di un’orchidea su due per sollecitarne la fioritura, Amber si era occupata del lato alla sinistra della scala, Uncaria del destro.
– Ho visto – confermò Amber. In realtà alcune orchidee nelle vasche di sinistra si erano schiuse, ma il risultato era comunque deludente.
Tu le avrai legate troppo strette, come sempre.
Sapevano entrambe che l’ancella era assai meno tagliata della principessa per la cura del Giardino, non c’era motivo di rimarcarlo.
– Non devi preoccuparti, è probabile che si schiudano domani notte, o quella dopo. Facciamo due passi, forse capiremo che cosa non ha funzionato.
Amber camminò in silenzio attraverso il primo dei ponticelli e poi si diresse verso le vasche a sinistra. Le orchidee di mezzanotte germogliavano nella terra pregna d’acqua e poi, appena il loro fusto si innalzava di pochi pollici, le loro vasche venivano inondate. Ogni pianta faceva un unico  fiore che sbocciava nottetempo e viveva appena un paio di giorni. Dopo essere stato essiccato se ne ricavava un decotto dalle proprietà analgesiche ed euforizzanti che veniva somministrato ai bambini durante il rito della Scottatura.
Amber osservò due vasche poi si chinò sulla terza e vi immerse la mano. – C’è poca acqua – sentenziò. Uncaria giunse le mani, sul suo volto si disegnò un’espressione costernata.
Amber scosse il capo, l’ancella aveva quasi vent’anni, ma a volte le pareva una bambina. – C’è anche poco ricircolo, l’acqua si sta scaldando – aggiunse.
– Che cosa possiamo fare? – domandò l’altra con un senso di allarme. – Il rito della Scottatura è tra meno di dieci giorni, come faremo se le orchidee non fioriscono in tempo?
– Prepareremo i pani con i fiori che abbiamo. Se non bastasse aggiungeremo un po’ di escolzia – rispose Amber, ma i suoi pensieri erano già diretti altrove. Osservò la più vicina tra le bocche che davano acqua al giardino, il flusso era insolitamente scarso.
– Ma il rito vuole che usiamo le orchidee! Cosa penserà di noi Vebrah, se utilizziamo qualcos’altro?
Amber scosse il capo, detestava tutti i riti e specialmente quello della Scottatura: che senso aveva esporre per un giorno intero i bambini all’asprezza di Vebrah? Anche gli adulti passavano in casa le ore più calde della giornata, e si proteggevano dal sole ogni volta che potevano.
– Penserà che abbiamo finito le orchidee – affermò Amber.
Uncaria la guardò con un misto di stupore e biasimo, la principessa si affrettò a correggere il tiro. – Ma non devi preoccuparti, non sarà necessario.
L’ancella si rasserenò. – Cosa volete che faccia?
– Slega le orchidee che non sono fiorite, finché l’acqua è bassa rischiamo solo di peggiorare le cose, nel pomeriggio decideremo se legarle di nuovo. Tra un po’ andrò a parlare con mio padre.
L’ancella guardò Amber supplichevole, avrebbe voluto che il Re fosse informato al più presto.
– Tra un po’ Uncaria, ora voglio dare un’occhiata all’elicriso e alla piantaggine – disse, ma sapevano entrambe che, dopo un breve giro di perlustrazione, sarebbe finita a curare gli astracolli.

E' con un certo orgoglio che vi annunciamo ufficilamente di avere fissato una presentazione in anteprima de Il serpente di fuoco alla libreria Miskatonic University di Reggio Emilia nella data di sabato 22 ottobre alle ore 17:30.

Avremmmo voluto dare a tutti più preavviso ma la cosa si è svolta più velocemente del previsto, per cui siccome in questa anteprima giochiamo in traferta invitiamo vieppiù tutti gli interessati a venire a fare il tifo! Per maggior informazioni tenete d'occhio l'evento sulla sua pagina facebook.

miskatonic_resized

Prendiamo anche la palla al balzo per inaugurare due nuove pagine del sito, ossia quella denominata Presentazioni, che per ora è un può vuota ma vi garantiamo che a breve si arricchirà di altri eventi, nonché Dove trovare le cronache per localizzare il nostro libro in cartaceo "sul territorio" e negli store online, nonché nella versione e-book.

il-serpente-di-fuoco-versione-cartacea
Ebbene sì, credete ai vostri occhi, la foto qui sopra non è frutto della magia del fotoritocco.
Per voi, amanti del voluttuoso odore della carta, del bisbigliante fruscio delle pagine, degli scaffali straripanti di volumi, da oggi Il Serpente di Fuoco è disponibile in versione cartacea.
Esce per la collana Convoy, sempre di Delos, e, neanche da dire, è bellissimo e noi ne siamo molto orgogliosi.

 

Oggi vi presentiamo uno dei due protagonisti del romanzo pubblicando una parte del primo capitolo vissuto dal suo punto di vista. I fatti qui narrati si svolgono un mese prima rispetto al capitolo cornice. Buona lettura!

DAMMAR

Un mese prima

Dammar infilò due dita nella piccola zucca svuotata, le trasse sporche di unguento e se lo spalmò sulle spalle e dietro al collo.
Dopo tanti anni la sua pelle aveva assorbito i pigmenti rossi dell’ocra e non ne avrebbe avuto davvero bisogno per proteggersi dal sole. Però quel gesto, lento e antico quanto il suo popolo, era parte integrante del rituale con cui iniziava ogni nuova giornata. Gli ricordava suo padre, da cui aveva imparato tutto, e guardare la pelle così brunita dall’impasto e dal sole lo rendeva orgoglioso, perché la resistenza al bacio di Vebrah faceva di lui uno dei migliori esploratori di Città del Sole.
Un cinguettio famigliare gli fece sollevare lo sguardo. Dal ramo scheletrico sotto cui si era accampato una piccola sentinella del miele lo fissava con i suoi occhietti neri. Dammar ripose la zucca in una bisaccia, coprì di terra le ultime braci del bivacco e fece sparire ogni traccia del suo passaggio. La sentinella lanciò il suo richiamo altre due volte prima che lui fosse pronto a seguirla.
Essere scelti da uno di quei piccoli volatili bruni era un privilegio, Dammar lo sapeva bene; la giornata non poteva iniziare sotto auspici migliori. Senza perderla mai d’occhio l’esploratore la seguì attraverso le prime propaggini della savana, dove un’erba rinsecchita prendeva il posto della sabbia ed era possibile godere dell’ombra di qualche impavido albero. Il piccolo volatile si posava a intervalli regolari e ricominciava a cantare, per sincerarsi di non perdere l’uomo che quel giorno gli avrebbe procurato il cibo.
Quando finalmente raggiunsero il tronco cavo in cui era nascosto l’alveare, il disco d’oro di Vebrah era già alto nel cielo e l’aria rovente si increspava davanti agli occhi di Dammar.
– Prendile nell’ora più luminosa, quando sono stordite dal caldo. Hai calcolato tutto per bene – mormorò alla volta della sentinella che si era posata sui rami di un cespuglio spinoso, lo sguardo puntato sull’obiettivo. L’uccello rispose con un breve fischio per incitarlo. – Vado, vado.
Dammar si avvicinò alla cavità da cui proveniva un pigro ronzio. Un’occhiata all’interno gli rivelò subito la posizione del miele e quella dell’alveo della regina. Con l’aiuto di un ramo staccò con delicatezza una parte del favo pieno di miele, alcune operaie si levarono in esplorazione e presero a volargli attorno, ma l’uomo mantenne il respiro regolare e proseguì la sua operazione con gesti lenti.
Con il favo stillante miele ben infilzato sulla punta del ramo, l’esploratore si allontanò camminando all’indietro fino a raggiungere il cespuglio su cui l’attendeva la sentinella. L’uccellino si alzò in volo e intercettò con beccate precise le ultime api che avevano inseguito Dammar fino a lì.
– Ecco. – L’uomo spezzò una porzione di favo e la posò a terra. – Come d’accordo questa è la tua parte di bottino. La sentinella gli rispose con un fischio e, dopo aver compiuto un breve volo attorno a Dammar, atterrò accanto al favo dorato posato a terra. Mentre l’uccello affondava il becco nella dolce refurtiva, l’uomo trasse di tasca un involto di foglie e le utilizzò per ricoprire il resto del miele, poi si leccò le dita per ripulirle e depose il pacchetto nella sacca che portava sulla schiena. – Bene, amico mio, è stato un piacere collaborare con te. Ricordati della mia generosità, la prossima volta che avrai voglia di miele.

capitolo-primo-dammar-2

Raggiunse il villaggio al tramonto. Era una piccola comunità, formata da due famiglie di quattro generazioni ciascuna, il cui fulcro era rappresentato da due vecchie sorelle. I bambini come sempre furono i primi a vederlo e, cinguettanti come sentinelle del miele lo accompagnarono alle tende correndogli intorno, nudi e con la pelle scura impolverata di rosso. Dammar si avvicinò al fuoco al centro dello spiazzo dove erano sedute le due capostipiti.
– Nala, Nava, ben trovate – disse sedendosi di fronte a loro, pronunciando i due nomi accompagnati da un piccolo fischio e due schiocchi della lingua.
– Il suono delle tue parole sta diventando buono, Dammar–Occhi di cielo. Ti sei esercitato nel parlare la nostra lingua? – rispose Nala.
Le due donne erano pressoché identiche con piccoli occhi infossati e zigomi sporgenti. Entrambe avevano il collo ornato da file e file di collane colorate che ricadevano in massa sui petti ossuti.
– Gli uccelli sentinella sembrano apprezzarle più delle mie, uno di loro oggi mi ha condotto a un grosso nido di api. Vi ho portato il miele in dono.
Le due donne si scambiarono un’occhiata e i loro volti rugosi si raggrinzirono ancor più quando le bocche si aprirono in larghi sorrisi sdentati. – Dammar sa quanto noi vecchie senza denti apprezziamo il miele – rise Nala.
– Hai lasciato una parte del favo alla Sentinella? – lo ammonì Nava con sguardo serio.
– Sì, saggia madre. Ho rispettato il patto con la Sentinella del miele, come mi avete insegnato.
Il viso di Nava si distese. – Bravo, figliolo, così non dovrai temere la sua vendetta.
I bambini nel frattempo erano corsi ad avvertire i genitori e dopo pochi istanti altre persone uscirono dalle tende a forma di cupola e si unirono a loro. Una giovane donna dalla pelle liscia e dai piccoli seni nudi accompagnò un uomo curvo e zoppicante che volle sedere accanto a Dammar.
– Bentornato Dammar – lo salutò con voce chiara fissandolo con occhi velati.
– Grazie Kat Kat. Accomodatosi a terra il vecchio posò la piccola mano sul braccio di Dammar e lui gliela strinse con la sua, tanto più grande da ricoprirla.
Un’antilope era stata macellata e la carne sfrigolava sulle pietre immerse nelle braci chiazzandole di grasso sciolto. Quando le gocce raggiungevano la fiamma producevano un sibilo seguito da un piccolo schiocco. A Dammar vennero offerti dei tuberi cotti nelle braci, ancora roventi e coperti di fuliggine. – Sicuro di non voler mangiare la nostra carne, Occhi di cielo? – lo tentò Nala con sguardo malizioso, porgendogli un grosso boccone luccicante.
Dammar le sorrise di rimando e scosse la testa. – No, sai che le leggi della mia gente lo proibiscono.
– Le leggi della tua gente sono stupide – borbottò la fanciulla che aveva accompagnato Kat Kat al fuoco. Dammar la riconobbe solo in quel momento: il suo nome era Louta e l’ultima volta che era stato in visita al villaggio era ancora una ragazzina. Il sangue della carne le imbrattava il mento e le dita e la luce del falò creava arcani riflessi sul suo volto. Sollevando gli occhi neri e sfrontati sull’ospite, Louta rincarò con tono sprezzante. – La carne rende forti gli uomini e fertili le donne. E Kaggen ha creato gli orici e i gemsbock perché noi possiamo essere forti e fertili. Li ha creati per noi, per i leoni e per i leopardi, e per gli orici e le antilopi ha creato la savana, perché possano crescere e ingrassare per noi. Fa parte del cerchio.
Tutti i presenti annuirono. Kat Kat sorrise e invitò con un cenno del capo Dammar a replicare.
– Anche il popolo di Città del Sole mangia la carne per diventare forte e fertile – spiegò loro l’esploratore con tono paziente. – Però le nostre leggi dicono che non possiamo provocare la morte di nessun essere vivente, così aspettiamo che l’animale muoia da solo. Dopo possiamo mangiarlo.
Louta emise un verso di scherno. – Se mangiate solo animali morti di vecchiaia o di malattia i vostri figli nasceranno deboli e malati!
Dammar sentì una mano posarsi sul suo bicipite e dita ossute che lo stringevano, Nava gli stava tastando i muscoli. – Se tutti i Figli del Sole sono come lui, allora il loro dio splendente li protegge anche se mangiano carne dura e vecchia – sogghignò.
Tutti si misero a ridere, di quella risata pura e totale che Dammar aveva scoperto per la prima volta fra quei piccoli uomini. I Koikoi trovavano il lato buffo di ogni cosa e quando ridevano lo facevano con tutto il corpo: con la voce, con gli occhi, con le mani e con i piedi.
Alcuni uomini si alzarono e si affiancarono a Dammar con le braccia sollevate per confrontare i muscoli e le donne ne provavano la solidità con le mani emettendo giudizi con sguardi saputi. Quando al confronto si presentò un uomo secco come uno sterpo, sua moglie Fitjie lo schernì sollevando le braccia al cielo nella posizione della mantide, l’insetto con cui raffiguravano Kaggen, la dea della vita. – Ohi ohi! Ti prego Kat Kat, prepara subito una tisana di fiori di tontbos per rendere forte mio marito!
L’uomo non si risentì e, sollevando il piccolo quadrato di pelle che gli copriva le parti intime iniziò a rincorrere la moglie. – È più importante il braccio che semina figli di quello che scaglia la lancia! Fitjie prese a fuggire attorno al fuoco lanciando strilli divertiti.

continua...

Agosto, nell'altro emisfero lo chiamano inverno (cit. Perturbazione).
Tutto rallenta, con le ultime energie residue si agganciano le agognate ferie, si ricaricano le batterie e si fanno progetti per l'autunno.
Noi in realtà abbiamo iniziato per tempo  e almeno in parte li abbiamo già fatti, per cui vi possiamo lasciare con una sibillina anticipazione: sul fronte del Serpente di Fuoco si preparano grosse novità.

Buon agosto a tutti!

 

E’ giunto il momento di presentarvi gli scritti di Murgo. Anzi forse abbiamo indugiato anche troppo dato che da lui prendono il nome la serie di storie (non ci stanchiamo di specificarlo: autoconclusive) di cui fa parte il Serpente di Fuoco. Per sapere chi è Murgo vi rimandiamo alla sezione omonima, in questo contesto basta sapere che si tratta di un viaggiatore che ha visitato Città del Sole e ha trascritto i suoi appunti e le sue impressioni nelle pagine di un diario.

Ciò detto, ci tenevamo a rinnovare il nostro ringraziamento a Stefano Paolini che oltre ad aver lavorato sulla copertina ha messo a disposizione le immagini della Namibia pubblicate fin qui nei post relativi a “Il serpente di Fuoco”.

E ora… buona lettura!

Dalle "Cronache di Murgo il Ramingo"

Il popolo di Città del Sole è così peculiare che non mi è mai capitato di incappare in un altro altrettanto stravagante. Essi vivono nel deserto in un isolamento così completo da non concepire quasi la possibilità di ricevere la visita di uno straniero. E in effetti il deserto si sussegue per molte decine di leghe intorno alla loro città senza un’oasi o una sorgente.

Contrariamente ai rari abitanti che vivono ai margini del deserto, gli abitanti della Città del Sole sono di carnagione chiara, per quanto costantemente arrossata da un sole intollerabile, e il colore dei loro capelli va da un castano chiaro a un biondo quasi bianco: il che lascia pensare che il deserto non sia il loro luogo d’origine.

0949

L’indole degli abitanti di Città del Sole è del tutto pacifica dal momento che la loro società è basata su un radicale rifiuto della violenza. Essi imparano infatti fin da bambini a ripudiare e temere persino il sentimento di rabbia, in quanto lo ritengono all’origine del piano inclinato che conduce all’aggressività e alla prevaricazione.

La loro società è per lo più basata sull’agricoltura ed è fortemente paritaria, tanto che l’uso della moneta è sconosciuto. Oltre ai contadini e agli allevatori, infatti, non vi sono che un pugno di artigiani il cui lavoro è comprato per baratto. Una categoria a parte sono gli esploratori, gli unici ad allontanarsi mai in maniera rilevante dalla città.

Nel Palazzo del Sole vive infine il Re con la sua famiglia, insieme a una scarna servitù e a poche altre figure di rilievo: un sacerdote e un capo costruttore, che loro chiamano Magistrato alle Acque, e i loro apprendisti. Né il Re né la sua famiglia escono mai dal Palazzo, inoltre, cosa a mio avviso sommamente inconsueta, essi non paiono avere nessuna reale facoltà di comando. Il ruolo del Re è in sostanza quello di un medico a cui i cittadini si rivolgono, però solo per curare le malattie più gravi, mentre per i malanni più lievi essi sono aiutati da popolani esperti nell’uso delle erbe chiamati speziali.

A dispetto del loro isolamento, gli abitanti di Città del Sole sono intellettualmente assai progrediti nonché benedetti da una rara inclinazione alla razionalità. Conoscono la scrittura e la matematica, tutti i bambini ricevono un’istruzione, e i più brillanti possono scegliere di divenire apprendisti artigiani e sacerdoti. Le uniche cariche strettamente dinastiche, passanti per linea di primogenitura sia maschile che femminile, sono il Re e il Magistrato alle Acque.

Sperando di incuriosirvi sempre più, oggi pubblichiamo il primo capitolo dell’opera.
Come vedete è molto breve e mostra due soli personaggi principali, questo perché lo sviluppo del romanzo avviene su due linee temporali distinte che procedono alternate e hanno caratteristiche narrative differenti. La prima, quella che riguarda questo capitolo, si svolge al tempo presente e coinvolge due personaggi che vagano nel deserto. La seconda inizia un mese prima e racconta gli eventi che hanno determinato il verificarsi di questa situazione.   

Uno

Un piccolo piede candido esce dall’ombra della tela tesa fra quattro rami conficcati nella sabbia.
– Ahi! – Il piede si ritira di scatto e il rifugio crolla quando la ragazza si alza a sedere.
È bionda, la sua carnagione è lattea e quando si libera dai resti del rifugio le mani corrono a proteggere gli occhi troppo chiari dal riverbero accecante del sole del deserto. I suoi polsi sono legati assieme da una corda ruvida.
1391Rimasta senza difese tranne quella effimera di una sottile tunica priva di maniche, lancia un grido e si dimena nella sabbia rovente finché non riesce a recuperare la tela. Avvolta come in un bozzolo apre in fessure gli occhi, umidi di lacrime.
– Chi sei? Perché mi hai portata qui?
La domanda è gridata alla volta di un uomo seduto poco lontano, nell’ombra sottile di un tronco morto.
La sua pelle è rossa, tinta dal sole e dal grasso che si sta spalmando sulle braccia muscolose con gesti lenti. Una fascia di metallo gli cinge la base del collo. Gli occhi che la fissano con sguardo triste sono di un azzurro cupo, come il cielo profondo sopra le loro teste. L'uomo porta i capelli legati da un laccio di corda.
La guarda a lungo ma non dice una parola.
– Io sono Amber, principessa di Città del Sole. Devi riportarmi subito da mio padre! – grida lei, e nel dirlo sembra divenirne essa stessa consapevole.
L’uomo si alza, raccoglie dalla sabbia un lungo cencio stracciato e se lo getta sulle spalle. È una pelle di serpente le cui scaglie riflettono la luce in guizzi dorati.
La principessa si guarda intorno per la prima volta. Si trovano sul fianco di una duna rossa che si staglia netta in contrasto con il cielo blu cobalto. Per quanto lontano spinga il suo sguardo non riesce a scorgere nient’altro che il deserto.
La corda che le stringe i polsi si tende emergendo dalla sabbia. Amber è costretta ad alzarsi e a seguire l’uomo che ne impugna l’altro capo, lottando contro la tela che a ogni passo minaccia di scivolarle dalle spalle e lasciarla senza protezione dai raggi feroci del sole.
– Dove mi stai portando? – grida di nuovo lei. – Dimmi chi sei!
L’uomo non risponde. Scendono dalla duna in cui erano accampati, ne aggirano una seconda. Lui cammina con lentezza sbirciando di tanto in tanto dietro di sé e strattonandola appena quando l’andatura rallenta troppo.
Lei avanza per inerzia, frastornata, dopo quel breve momento di lucidità i suoi occhi sono di nuovo quelli vuoti di un sonnambulo. A tratti biascica parole incomprensibili, perde la tela che la protegge dal sole, lui se ne accorge e torna sui suoi passi per raccoglierla. Il sole si solleva a poco a poco, la temperatura aumenta ancora. Si trovano di fronte a una duna più alta delle altre, l’uomo decide di scalarla.
Dopo dieci passi Amber inizia ad ansimare, dopo venti il suo passo si fa incerto, e lui la trascina con più forza. A metà della salita di colpo lei cade a sedere. L’uomo si ferma ma non si gira, fissa dritto avanti a sé la scalata che li attende. Il suo sguardo è proiettato oltre, come se ciò che sta accadendo in quel momento dietro le sue spalle non avesse per lui alcuna importanza.
La fatica dell’ascesa ha restituito agli occhi della ragazza la luce della coscienza, questa volta forse in maniera definitiva. Il suo sguardo si riempie di sgomento mentre si osserva le braccia e le gambe martoriati dalle scottature. La pelle è bruciata e ispessita, attraversata da striature più scure. In diversi punti i brandelli morti si sollevano in lembi trasparenti.
1361La principessa si morde il labbro inferiore per non scoppiare a piangere. Se all’origine delle lacrime sia l’orrore di ciò che vede o il dolore che prova è difficile da stabilire, persino per lei.
– Per la gloria di Vebrah, guarda che cosa mi hai fatto – si lamenta con voce tremante. – Devi riportarmi subito al Palazzo del Sole. Chi curerà le erbe del Giardino dell’Ombra?
Appena nomina il giardino, gli occhi della principessa sono attraversati da un lampo di consapevolezza.
– La sorgente… – mormora.
Lo sguardo di Amber si solleva a fissare il cencio lacero adagiato sulla spalla dell’uomo.
Si alza in piedi di scatto e strattona la corda. Lui, richiamato alla realtà, si volta con lentezza.
– Quella che porti è la pelle del Serpente di Fuoco – sussurra lei.
Gli occhi dell’uomo si fanno ancora più tristi.
– Tu sei il Vul Dulak.

 

Ebbene, alla luce del passo introduttivo del “Libro del rinnovamento” non dovrebbe essere difficile capire che cosa sta accadendo. La sorgente di Città del Sole si sta disseccando, Agnello e Vul Dulak sono stati mandati nel deserto perché si compia il loro destino. E siccome è scritto che la stirpe del re doni il suo sangue per la rinascita della città Amber, principessa di Città del Sole, è stata costretta a prendere parte al rito. Chi sia l’uomo che si trova con lei e a che titolo sia stato scelto per accompagnarla al momento non è chiaro, ma porta sulle spalle la muta di un grosso serpente per cui la deduzione di Amber pare piuttosto logica.
Potrebbe sembrare la trama di un racconto breve, ma ci sono molte altre cose da capire, alcuni delle quali già emergono in queste poche parole. Per esempio, perché l’uomo non parla? Oppure, perché Amber entra ed esce da uno stato di torpore? O ancora, perché la pelle di Amber è bianca e ustionata dal sole, mentre quella dell’uomo è abbronzata come quella di un pellerossa?
Ebbene, l’unica cosa che posso aggiungere è che ciascuno di questi dettagli ha un significato e, se avrete la pazienza di seguirci lungo tutto il viaggio, troverà entro la fine del libro la sua giusta collocazione.
Questo ovviamente senza contare che in realtà ancora non sappiamo nulla di Città del Sole!