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TRAMA: Tempo presente ma ucronico, Sparta si divide il governo della maggior parte delle terre del mondo con Nippon-koku. Aracne, ilota di Neapolis rimane incinta di sconosciuti che usano il suo corpo per le vie della città (dalle nostre parti diremmo “abusano”, ma è legale) ha diciassette anni ma è già la sua terza gravidanza. Se il bambino non sarà sufficientemente sano non solo dovrà abortire ma sarà uccisa, così decide di scappare. Sopravvive a una caccia, incontra Lucius, romano che vive sui monti e un tempo insegnava storia insieme si mettono in viaggio verso i Regni Scandinavi. Intanto a Sparta Nymphodora si ribella al volere della madre che vorrebbe convincere la Gerusia ad assegnarle parte dei suoi beni alla sua morte (che, se non prima per incidenti o malattia, avverrà come per tutti a 55 anni, a seguito del rito della catarsi) e si iscrive alla facoltà di architettura dove si teorizza che gli edifici non dovrebbero essere sotterranei e funzionalisti ma anche essere belli e mostrarsi all’esterno. Lì conosce Doukas che viene dai Carpazi ed è uno dei due ragazzi di tutta la facoltà, deriso e disprezzato dagli altri uomini perché si dedica allo studio della più esotica tra le materie femminili. Tra Doukas e Nymphodora nascerà subito una grande amicizia e forse qualcosa di più: ma di certo non può essere amore, perché tra gli spartani tra uomo e donna ci può essere solo sesso.

COMMENTO: La visione dell’autore ha senza dubbio una grande forza. Sia per non fare spoiler sia per questioni di spazio, ho lasciato fuori dozzine di particolari attraverso cui sono dettagliati gli usi e i costumi dell’impero di Sparta. C’è molto studio dei fondamentali e un gran lavoro deduttivo relativamente a quel che dell’oggi sarebbe diverso. Quanti saremmo, come sarebbero andate le cose, quali materie scientifiche si sarebbero maggiormente sviluppate a discapito di altre, come sarebbe organizzato e amministrato lo stato, quali sarebbero gli usi e i costumi, come sarebbero gli edifici eccetera eccetera. Insomma qui ci troviamo di fronte a una vera e propria realtà alternativa, non a un semplice presente in cui i perimetri statali sono diversi e si cambiano alcuni dettagli.

Questo lavoro, però, che è il cuore e la bellezza di un libro che comunque merita di essere letto, a mio avviso però non è sufficientemente supportato dalla scrittura. Lo stile è scorrevole e il dialogo è preponderante, per cui come gli altri libri che ho letto dell’autore, corre via veloce e senza intoppi. Però al contempo troppo spesso le informazioni di cui sopra vengono date all’interno di lunghe spiegazioni che sanno di infodump piuttosto che drammatizzate all’interno di un’azione (non sono un fanatico del mostrato, però da lettore ne avrei gradito di più), inoltre spesso le stesse cose sono ripetute numerose volte quindi un po’ di sfrondamento sarebbe stato a mio avviso opportuno. Un altro aspetto da non sottovalutare: non mi sono innamorato dei personaggi, che ho trovato un po’ stereotipati e un po’ troppo funzionali al racconto. Ammetto comunque, da questo punto di vista, di essere un tipo abbastanza difficile. Mentre lo leggevo ho pensato spesso che, da un certo punto di vista, "Il sogno del ragno" sarebbe un ottimo "libro per ragazzi”, anche se poi certe rudezze specie nella descrizione dei costumi sessuali mi facevano ricredere. Ultimo aspetto da tenere in considerazione, il finale: non si tratta di un libro indipendente, nelle ultime pagine la storia ha una svolta e c’è un piccolo cliffhanger ma nel complesso la storia resta troncata a metà, dato che tutti i temi posti all’inizio del libro restano sul tavolo.

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Attendo sempre con ansia l’uscita dei nuovi Black Mirror. E’ una serie che ritengo praticamente un unicum e in un certo senso per me ha fissato un nuovo paradigma della serialità.
In primo luogo ogni stagione è composta da pochissime puntate (cosa che, peraltro, rende possibile persino a me riuscire a guardala tutta...). In secondo luogo queste puntate sono tra loro slegate e non si preoccupano di avere un chiaro e univoco universo di riferimento. Già bastano queste due caratteristiche a farne un fenomeno del tutto contro corrente. Le due caratteristiche delle serie che a mio avviso hanno facilitato più di ogni altre la conquista del pubblico derivano proprio dalle modalità opposte a quelle prima dettagliate.

Uss Callister

Una è che i personaggi sono sempre gli stessi, l’altra è che la storia che raccontano è sempre la stessa, tanto che anche nelle serie poliziesche a episodi singoli spesso c’è una storia di lungo respiro che scorre come un fiume sotterraneo e ricorrentemente affiora in superficie. Come minimo c’è una consecutio delle interazioni dei personaggi che si guardano, si innamorano, litigano, si lasciano, si rimettono insieme, si odiano, si sfidano poi arrivano altri personaggi e il ciclo ricomincia virtualmente in eterno. Nei fatti queste dinamiche sono importanti per conquistare il pubblico altrettanto quanto le storie, se non di più: non rispettare questo canone significa prendersi un grosso rischio, è come andare a caccia ogni giorno del voto dell’elettorato di opinione. Senza contare che per il pubblico addomesticato all’altra modalità è molto più faticoso ogni volta pensare un nuovo universo, delle nuove relazioni (necessariamente più superficiali), per non dire del dover riflettere e comprendere i dettagli e le implicazioni di un nuovo incubo tecnologico. E citando questo elemento arriviamo alla terza caratteristica che fa di Black Mirror una serie del tutto speciale, la sua carica di implicazioni in senso lato “politiche”.
Quindi in sostanza chi ama Black Mirror, è disposto a prendere una parte assai più attiva nella fruizione, ma al contempo gli chiede molto di più. Quando è uscita la terza serie ho preso con una certa sufficienza il fuoco di fila di critiche e accuse che hanno accompagnato la traslazione sulla piattaforma Netflix, un prodotto come Black Mirror tra le altre cose, è per la sua stessa natura è destinato a creare una fascia di fondamentalismo che vede insidie celata dietro ad ogni cambiamento, per cui come mio solito ho guardato e valutato. E devo dire che l’ho trovata molto buona, episodi mi sono piaciuti di più altri di meno, ma nel complesso ho trovato che cedesse pochissima distanza alle serie precedenti.

Crocodile

Questa quarta però, devo dire che ha un po’ deluso pure me. Ossia, non ci sono puntate che prese da sole io abbia reputato poco godibili. Le ho guardate tutte di infilata e tutte per un motivo o per un altro mi hanno trasferito una quota di “divertimento” più che accettabile, però non posso negare che manchi qualcosa. E che cos’è questo qualcosa, in sostanza? E’ proprio la cosa che rendeva Black Mirror ai miei occhi una cosa “unica” e “speciale”, ossia la sua carica “politica”, che qui è limitata a mio avviso a due soli episodi, “Arkangel” e seppure in misura minore “Crocodile” - episodio su cui ho letto critiche abbastanza feroci, ma che io invece trovato piuttosto riuscito. E se “Hang the dj” potrebbe di certo averla questa carica, ma la perde tutta di botto risolvendo il suo sviluppo in un alquanto deludente “ribellati e segui il tuo cuore”. E se pure in “Metalhead”, l’episodio più povero di contenuti di tutta la serie, potremmo ravvisarne una traccia se ci venisse detto almeno qualcosa di più di quello che sta succedendo… “Black Museum” e “USS Callister” che pure sono gli episodi narrativamente più strutturati e in un certo senso pure più riusciti, sono puri divertessment che potrebbero provenire direttamente da “Ai confini della realtà”.
Serialità a sua volta dignitosissima, anche mitica se vogliamo, ma comunque… un’altra cosa.

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Trama: Chi è la ragazza che Patrick trova nel parco, di cui nessuno ha denunciato la scomparsa e che sembra essere spuntata dal nulla? Dice di chiamarsi Yellow Buttercup e di essere una fata, di trovarsi lì per salvare il parco su cui Arnie, l'amico che Patrick rappresenta tramite lo studio legale di famiglia, sta per edificare un grosso centro commerciale, distruggendo tutto ciò che c'è all'interno, compreso il bosco in cui Buttercup afferma che vivano le fate. Patrick pensa che la ragazza sia pazza e continua a ripeterle che le fate non esistono, ma suo malgrado lei irrompe nella sua vita, travolta dagli imprevisti e i malintesi, le difficoltà e gli intrighi, fino alle battaglie della sorella Rose, ambientalista convinta.
CommentoAvevamo già ospitato Valentina sul nostro blog con la recensione del suo romanzo Dopo cinquecento anni e con questo Ranuncolo Giallo, più vicino al racconto che al romanzo in termine di pagine, l'autrice conferma di possedere del mestiere. La scrittura infatti è precisa, snella e scorrevole e anche i dialoghi sono ben scritti. I personaggi, nonostante la brevità della storia, sono ben tratteggiati e dalle personalità definite.
La storia è semplice, dal gusto fiabesco, e l'ambientazione inglesizzante dà al lettore l'impressione di entrare in una commedia hollywoodiana di quelle in programmazione durante il periodo natalizio. Ecologia, magia, il tema dell'innocenza infantile perduta come la capacità di vedere le fate, sono argomenti cari a quel tipo di cinema.
Però non c'è nulla di stucchevole nel racconto della Capaldi anche se i contenuti potrebbero farlo temere. La storia è frizzante, i personaggi si fanno voler bene e il libro scorre senza rallentamenti verso un finale non scontato.
Autore: Valentina Capaldi
Titolo: Ranuncolo giallo
Casa editrice: Alcheringa
Prezzo: 10,50

 

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Rieccoci qui… di nuovo.  Siamo ancora vivi anche se magari iniziavate a pensare il contrario. Per motivi diversi sia per me che per Sara è stato un autunno un po’ molto complicato, e il progetto del blog è rimasto al palo come un po’ tutto il resto del nostro mondo legato alla scrittura. Però ci teniamo a non abbandonarvi, per cui ecco che oggi spariamo nell’etere un’altra recensione. Questa volta si tratta della serie tv del momento targata Netflix, ovverosia Dark.

Trama: anno 2019 a Winden, sonnolenta cittadina tedesca cresciuta all’ombra di una centrale nucleare,  da un paio di settimane è scomparso un ragazzo di nome Erik. Jonas ritorna a scuola dopo due mesi di assenza per stress post traumatico causato del suicidio del padre e quella stessa sera insieme al migliore amico Bartosz e ai tre fratelli Nielsen (Marta, ragazza di Bartosz, il maggiore Magnus, e il piccolo Mikkel), si recano all’imboccatura delle grotte per recuperare la droga che Erik aveva nascosto in una poltrona abbandonata. Un rumore proveniente dalla caverna li mette in fuga e nel trambusto che segue scompare anche il piccolo Mikkel. E’ l’inizio di una vicenda che coinvolge la storia di quattro famiglie: i Nielsen, i Tiedeman, i Doppler e i Khanvald  tra 1953, 1986 e 2019.

Commento: raccontata così potrebbe sembrare un dramma famigliare, ma in realtà siamo nel campo della fantascienza. Il 1953, il 1986 e il 2019 sono i tre anelli concatenati di un loop temporale della durata di 33 anni, collegati da tunnel sotterranei scavati nelle grotte di Winden. C’è qualcuno che fa sparire i ragazzi e li utilizza per esperimenti sui viaggi nel tempo. C’è qualcuno che vuole riscrivere la storia per cambiare il presente e il futuro. C’è qualcuno che ancora insegue i suoi desideri e rancori di ragazzo. Ma, in un modo o nell’altro, quasi nulla è come appare. Dark è un’opera intensa, drammatica, dalla fotografia livida, che si prende tutto il tempo necessario per tratteggiare i personaggi, le loro relazioni ed ossessioni e ce li restituisce attori di una storia complessa e corale, a tratti difficile da seguire. Non è un’opera perfetta, ogni tanto la cinghia di trasmissione tra gli eventi slitta, le motivazioni di certe scelte appaiono poco decifrabili e alcune soluzioni appaiono discutibili. Ciò nonostante è un’opera affascinante, che mi ha molto appassionato. . Magnifiche la sigla e la colonna sonora.

Da sapere che, anche se non è priva di finale, se vogliamo sperare di avere qualche risposta in più su un numero di domande che restano aperte, dobbiamo sperare che producano la stagione due (ma direi che lo faranno, dato che la seria sta avendo un certo successo...). Concluderei dicendo che: se proprio vorranno farne anche una stagione tre, d’accordo, ma magari poi si fermino lì, e soprattutto che lo facciano un istante prima di essere travolti dalla sindrome Lost e buttare tutto in merda.

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E rieccoci qui, arriva settembre e come predetto il blog riapre. In attesa delle novità dell'autunno cominciamo con una recensione. La mia estate è stata segnata da due letture fantascientifiche a sfondo politico. Due distopie, insomma. O meglio, una distopia (questa) e una “utopia ambigua” secondo la definizione della stessa autrice Ursula Le Guin che aveva intitolato il testo distribuito in Italia come “I reietti dell’altro pianeta”, “The dispossessed – an ambiguous utopya”. Del libro della Le Guin parlerò nel mio prossimo post, oggi invece vi racconterò di questo “Il racconto dell’Ancella”, da cui è stata recentemente tratta una serie televisiva che andrà in onda a partire da fine settembre anche in Italia.

 

Trama: Nel tardo 900 - o nei primi anni del 2000, comunque non molti anni dopo gli anni in cui scrive l’autrice, ossia il 1985 – gli Stati Uniti sono governati da una teocrazia fondamentalista cristiana chiamata Galaad. Uno stato totalitario rigidamente suddiviso in caste: Comandanti, Angeli, Custodi, Mogli, Zie, Marte, Ancelle – per citare le principali. In particolare un’Ancella è una donna in età fertile assegnata come concubina a un comandante allo scopo di generare un erede, quando la Moglie non è in grado di farlo. La situazione è piuttosto frequente dato il tasso di sterilità che ha raggiunto la popolazione mondiale, tanto che quasi ogni Comandante ha un’Ancella. La protagonista, che ha perso il suo nome ed è diventata Difred (ossia l’Ancella del Comandante Fred), viene trasferita nella sua nuova casa, dove incontra l’ostilità sia della Moglie del Comandante Serena Joy, sia delle Marte (in sostanza donne di servizio) Rita e Cora. Al mattino va a fare la spesa in coppia con un’altra Ancella denominata Diglen. Assiste al parto dell’Ancella Diwarren, viene visitata dai medici, gioca a Scarabeo con il suo Comandante, ricorda la sua vita passata. Da qualche parte c’è una resistenza. Forse.


Commento: Come in molte distopie (su tutte “1984”), è difficile riconoscere uno sviluppo narrativo nel senso più classico e la maggior parte della narrazione è tesa a descrivere situazioni che consentono di approfondire le peculiarità dello stato totalitario e della sua struttura sociale attraverso i riflessi che queste hanno nella vita dei protagonisti. Questa distopia, in particolare, è rivolta ad approfondire lo stato di oppressione in cui versa la figura femminile. Lo stato di Galaad mi ha ricordato per certi versi l’Afghanistan dei Talebani e per altri la Cambogia di Pol Pot, con il suo desiderio di cancellare la cultura nel tentativo di creare un mondo nuovo: c’è una selva di divieti e regole a cui la vita solitaria di Difred si deve conformare ma quella forse più emblematica è che alle donne è vietato leggere. Ora, descritto così potrebbe sembrare un libro arido e didascalico, ma in realtà il racconto in prima persona e una penna dalle ottime qualità, rende le sue situazioni molto vivide e realistiche, condite da alcune perle di puro grottesco, inquietante come solo la perversione di quel che è ragionevole può essere. Magistrale in questo senso è l’amplesso rituale a tre tra Comandante, Moglie e Ancella giustificato da un riferimento biblico. Un libro che vorrei consigliare soprattutto alle donne, e tra esse più di tutte coloro le quali hanno ridotto il pensiero femminista - un’ideale nobile pur alle volte magari con qualche eccesso - ad una burletta da schermaglie dei sessi e che ancora, in ultima analisi, definiscono sé stesse attraverso il loro ruolo di madri o di mogli.

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Nuovo appuntamento con le recensioni del Fantastico Italiano.
Oggi vi parlo de "La maga di Reinkar", opera prima di Alessia Francone, disponibile in versione cartacea sulla piattaforma di Lulu oppure in e-book negli store on-line. Il romanzo consta di tre racconti che vedono al centro della scena gli stessi protagonisti.

La maga di Reinkar

Trama: Fra gli alberi antichi della quieta Foresta di Smeraldo, la giovane Selene apprende a padroneggiare la magia, avviandosi a diventare una donna matura e risoluta. Tuttavia un segreto si nasconde nel suo passato... La ricerca della verità sarà solo l’inizio di una serie di avventure che cambieranno la sua vita: in viaggio attraverso luoghi nuovi e sconosciuti, dove incontrerà alleati e nemici, Selene dovrà lottare contro poteri arcani e avversari spietati, destreggiandosi in un mondo intessuto di magie luminose e oscure, coraggio e insidie, amicizia e intrighi. Il libro comprende i racconti fantasy "La maga della luna", "Lo Specchio del Silenzio" e "Il rivale".

Commento: La prima cosa che traspare leggendo “La Maga di Reinkar” è che l’autrice ha la passione e il piglio della “creatrice di mondi”. Tutti gli scrittori possono specializzarsi in uno degli aspetti del romanzo: la psicologia dei personaggi, l’intreccio della trama; gli autori di fantasy hanno una possibilità in più, cioè quella di diventare creatori di mondi.
Nei tre racconti che compongono questo volume la cosa è resa evidente dalle differenti ambientazioni che i protagonisti devono attraversare. Il paesaggio muta di continuo: attraversiamo deserti, foreste, reami, montagne, paludi. Le stesse mappe di Reinkar e Asterus che si possono vedere sul sito dell’autrice sono indice di questa inclinazione.
Ma entriamo nello specifico del romanzo.
L’impronta di base è quella di un fantasy di stampo classico. Personaggi che si ritrovano a dover compiere ricerche e missioni per sconfiggere avversari malvagi; creature fantastiche (a Reinkar incontriamo chimere, draghi, animali parlanti) e soprattutto, ovviamente, la magia, padroneggiata da alcuni personaggi, declinata sia nella versione bianca che in quella oscura.
Lo sviluppo narrativo è veloce, anzi, direi quasi velocissimo. Coadiuvate da uno stile asciutto e scorrevole le avventure di Selene e di Arne Von Wolden (rispettivamente la protagonista e il co-protagonista) scivolano rapide fra le pagine. Persino il fatto che i due protagonisti, figli di un’ambientazione medievaleggiante, mantengano sempre un registro di linguaggio piuttosto formale, non risulta eccessivamente ostico alla scorrevolezza della lettura.
I finali, cioè la risoluzione dei problemi da cui prendono l’abbrivio i racconti, rispettano le aspettative del lettore. Proprio qui però sta quello che secondo me è uno dei due difetti principali del romanzo. Selene e Arne incontrano diversi ostacoli lungo il loro cammino: di natura geografica, magica e in forma di antagonisti. Ogni volta riescono a superarli, ma l’impresa è sempre un po’ troppo facile e la sfida perde quasi sempre subito la suspense data dal dubbio “Oddio ma questa volta ce la faranno?”.
Gli aiuti ricevuti da creature magiche e da persone buone incontrate lungo il cammino e il fatto che Selene padroneggi alla perfezione fin dall’inizio del romanzo sia l’uso delle armi che quello della magia, rendono ogni difficoltà quasi nulla per i nostri eroi e questo toglie un po’ di mordente alla storia.
Lo so che è difficilissimo trattare male i propri personaggi, perché sono un po’ pezzi d’anima dell’autore. Però è proprio il grado di difficoltà con cui la storia li mette alla prova che può renderli davvero personaggi memorabili.
Il secondo difetto riguarda la tecnica narrativa. Questo è un romanzo d’esordio ed è naturale che non sia perfetto. Perché quello dello scrittore, come tutti i mestieri, si può imparare solo scrivendo e ovviamente il romanzo successivo sarà sempre migliore di quello che l’ha preceduto.
Consiglierei ad Alessia di utilizzare di più la tecnica dello “Show don’t tell”. Non solo per rendere giustizia ai mondi da lei creati e descrivere al meglio una cosa speciale come l’utilizzo della magia, ma anche e soprattutto per rendere più vivide le azioni e gli stati d’animo dei personaggi, per renderli più veri e, come si dice, “farli saltare fuori dalla pagina”.

tre

 

 

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Ho comprato questo libro alla Miskatonic alla presentazione di Strane Visioni, il libro che raccoglie il meglio delle prime tre annate del premio Hypnos – la cui quarta edizione ha espresso giusto in questi giorni i suoi finalisti. Ho scoperto lì che anche Hypnos, un po’ come Vincent, ha messo in cantiere una collana di novelle, chiamata Visioni. In quel momento ne erano state pubblicate due (direi che stesse uscendo il terzo volume) adesso siamo a cinque e io li vorrei tanto comprarle e leggerle tutte, esattamente come quelle della Vincent, ma ci ho messo sei mesi solo a leggerne una per cui è meglio che io mi contenga!

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La copertina del libro

Cosa dire quindi di questo Lovecraft Museum? Il “prodotto libro” è ottimo. Dalla carta, alla grafica, alla traduzione all’editing e in effetti non mi aspettavo nulla di meno da questo punti di vista. E il testo? Il testo è interessante, affascinante, ben scritto, piacevole da leggere. Ma non posso negare di averlo trovato un po’ troppo criptico e per certi versi irrisolto. O mi è sfuggito qualcosa, o manco dei riferimenti giusti (o non li ho colti) perché sebbene io ami anche i finali aperti, se me li si vende bene, mi è rimasto comunque sul fondo dello stomaco un retrogusto di spiegazione non data.
C’è un uomo che vive in una casa nei pressi di un parco tra i cui resti si trovano rovine esoteriche. L’uomo ha una moglie, che muore di malattia, e un figlio dai comportamenti alquanto anomali grande amante di quel parco di fronte a casa in cui l’uomo non mette mai piede. L’uomo potrebbe essere schizofrenico o avere una sorta di sindrome di Asperger e i mondo fuori dalla sua casa lo spaventa molto, ciò nonostante dopo la morte della moglie porta il figlio in un viaggio in Inghilterra e lì lo perde. Forse è lui a scappare o forse lo rapiscono, fatto sta che il ragazzo sparisce nel nulla. L’uomo ha una passione per Lovecraft che condivide con un amico di penna inglese, il quale qualche anno dopo la scomparsa del figlio lo invita a Londra a visitare l’appena nato Lovecraft museum.

SteveRasnicTem
Steve Rasnic Tem

Londra è tappezzata di pubblicità in cui bambini non proprio felici coccolano animali mai visti e dalle forme bizzarre… e a tutti sembra cosa normale. Forse è solo una moda del momento, forse allucinazioni dell’uomo, più probabilmente l’inizio di un’invasione. L’amico di penna inglese di persona si rivela freddo, scostante, sfuggente: forse è lui che ha rapito il figlio dell’uomo molti anni prima, e infatti all’uomo pare di vederlo al fianco dell’amico mentre lo seminano lungo le stanze di un museo che pare un ipercubo che proietta su dimensioni differenti. O forse anche questa è solo una visione dovuta a un mix tra lo stato mentale alterato dell’uomo e del suo ossessionante senso di colpa per quel figlio perduto. Quel che è certo è che il poliziotto che lo interroga, in un saltabeccare tra presente e passato - dai contorni mal definiti dal punto di vista della scrittura, a mio parere unico neo stilistico del testo - non sembra affatto più sano di lui.
E quindi? Mah! Nel complesso io per questo testo ho provato soltanto una fascinazione fredda e formale che non è stata in grado di inquietarmi nè di toccarmi un po' più in profondità.

tremezzo

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Come sempre senza troppo anticipo – l’ultimo giorno utile per rispettare la tabella di marcia… – eccoci a proporvi la nuova recensione del progetto Fantastico Italiano: questa volta tocca al fantasy “Ombra e magia” romanzo d’esordio di Barbara Poscolieri, uscito per la casa editrice GDS nel 2013. Sull’autrice aggiungo che negli anni successivi Barbara ha pubblicato vari racconti in antologie tra cui “Il boia di Roma” vincitore del premio Creep Advisor ed è da poco uscita per le Edizioni Dunwich con un nuovo romanzo intitolato “Crash”.

Ombra_e_magia Trama: Ariendil dopo aver vissuto alcuni anni ad Iridis, città degli Elfi, dismette i panni della cantastorie per tornare ad essere un Cavaliere delle Ombre. Qualcosa la richiama alla sua Accademia così parte per un viaggio di ritorno, accompagnata - contro la sua volontà - dalla migliore amica Earmir. Sulla sua strada incontrerà l’elfo scuro Christian che tenterà di starle vicino, ma i demoni che la tormentano paiono invincibili. Alle porte dell’Accademia ritroverà “Lui” che le prometterà sollievo dal suo dolore se lei diventerà lo strumento per conquistare le terre degli uomini e degli elfi.

Commento: un testo con luci ed ombre questo di Barbara Poscolieri. Certamente buono è lo stile: scorrevole, appropriato, mai pesante, mai eccessivo. All’interno di questo metto anche l’editing: non ho intercettato nemmeno un refuso, e a parte qualche frase finita con tre punti interrogativi e una cunetta scambiata per un dosso - a livello di significato - devo dire che da questo punto di vista il lavoro fatto è davvero molto buono. Questo rende la lettura fluida e piacevole anche quando l’impianto narrativo mostra qualche difetto.

Buono il tema, l’eroina in disarmo richiamata in servizio dalle circostanze e costantemente in bilico tra il bene e il male ha delle frecce nel suo arco, così come ho trovato buone alcune idee che arricchiscono il quadro: mi sono piaciute sia la Doppia Lama sia il modo in cui viene descritto il Mondo delle Ombre. E anche la trama, per quanto non eccessivamente originale e sviluppata in qualche punto in maniera un po’ frettolosa, segna qualche punto a favore.

Di contro però c’è da dire che la storia è portata avanti per la maggior parte dai dolori della protagonista i cui tormenti interiori, se sono da un lato descritti con eccessiva dovizia di particolari dall’altro sono scarsamente motivati.

E qui mi tocca fare una digressione: io non amo le storie di tormento interiore, e questo mi preclude ab origine di apprezzare a pieno una storia condotta in questi termini, ho però cercato di stare il più possibile al gioco e conservare uno sguardo equidistante.

Tormenti interiori dicevamo. C’è un amore andato male a motivarli nel passato di Ariendil, ma inutile sperare che ciò ci venga circostanziato: non sapremo mai di chi si trattava o che cosa sia andato così storto da spingerla al male per far tacere il dolore. E questo dal mio punto di vista è certamente un difetto, perché soprattutto sulla forza di questo trascorso ci si giocava la credibilità delle sue conseguenze e l’autrice avrebbe dovuto accettare la sfida di raccontarcelo.

A ricasco l’eccessiva focalizzazione sull’interiorità della protagonista schiaccia altri aspetti del romanzo che sarebbe stato importante sviluppare meglio: innanzitutto i personaggi, che a volte sembrano esistere solo in funzione della loro relazione con Ariendil e pertanto, con la sola eccezione di Earmir, vengono gettati in scena - e ne escono - quando servono lasciando dietro di loro una scia di irrisolti: Christian, Eyghen, Aylin (spero di averli scritti bene…) sono emblematici da questo punto di vista.

crash-barbara-poscolieri-e1490553859594Lo stesso dicasi per l’ambientazione che è fin troppo scarna: di quel che non ha nome nulla si può dire e pertanto le Terre senza Nome – per esempio - non hanno una geografia, né una storia, né un abbozzo di struttura sociale: al massimo un porto, una locanda e dei generici “Re”. Ovviamente sotto questo aspetto non ritengo necessario strafare – anzi trovo che un eccesso di descrizioni sconfini presto nell'infodump e diventi quindi rapidamente negativo – ma un po’ di wolrdbuilding in più in questo caso sarebbe stato il benvenuto.

Per concludere sufficienza piena invece al finale che ha il respiro giusto e chiude correttamente l’arco della protagonista.

Insomma come dicevo, una prova in chiaroscuro, a cui non manca cuore ma piuttosto semmai un po’ di mestiere – ma questo libro ha già qualche anno e sono convinto che Crash, che viene pubblicato da Dunwich come vincitore di un concorso, avrà già evitato la maggior parte di queste trappole – e che consiglierei magari a un pubblico giovane.

dueemezzo

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Eccoci al secondo appuntamento con le recensioni sul Fantastico Italiano. Vi parliamo di Strange Activity, di Fabrizio Cadili e Marina Lo Castro, per Plesio Editore, romanzo uscito in un primo momento in quattro episodi in formato e-book e oggi proposto anche in un unico volume cartaceo.

Trama:Strange Activity Regina
"Strange Activity. Investigazioni, esorcismi e minchiate varie". Questo è il biglietto da visita di Angelo Strano, svogliato investigatore dell’occulto dal carattere estroverso. Il suo lavoro consiste nell’occuparsi di casi anomali che nessuno riesce a risolvere, ed è proprio per un problema del genere che viene contattato da un noto boss mafioso catanese. L’uomo vuole che Angelo protegga Regina, la sua adorata figlia minacciata da una strana creatura. Malgrado le insistenze della sua assistente Vera, per Angelo accettare l’incarico è fuori discussione: lui non lavora per i mafiosi. Tutto cambia, però, non appena tocca accidentalmente Regina: la vede in fuga, assalita e uccisa da un mostro. Sì, perché Angelo riesce ad avere flash della morte imminente delle persone con cui viene in contatto. Una maledizione, più che un dono, perché il futuro non può essere cambiato. Ma arrendersi senza provare non è un’opzione.

SA Episodio 1Commento: La prima cosa ad avermi incuriosito è ovviamente il fatto che questo romanzo sia stato scritto a quattro mani. Vista la mia storia di co-autrice sia all'interno del collettivo Xomegap, sia con Massimiliano nella stesura de Il Serpente di Fuoco, per prima cosa mi sono chiesta come avessero lavorato gli autori. Ho trovato la risposta in un'intervista pubblicata in rete, dove spiegano di aver separato i ruoli in modo diverso da quanto mi aspettassi, cioè in verticale. Dopo un brainstorming comune, Fabrizio Cadili genera di fatto la prima stesura che Marina Lo Castro prende poi in consegna lavorando sulla forma e sullo stile (con la libertà di apportare le modifiche che ritiene necessarie alla storia).
Il risultato è un prodotto fresco e davvero piacevole.
L'idea di base è quella dei racconti seriali di genere mistery. Un investigatore (in questo caso una coppia, dato che Vera è protagonista tanto quanto Angelo) coinvolto in una storia in cui la Catania reale dei giorni nostri si tinge con elementi gialli, noir e fantastici.
I personaggi risultano simpatici, accattivanti e ci si affeziona in fretta a loro, il fatto poi che abbiano tutti qualcosa di irrisolto e di misterioso, che sia nel loro passato o nel loro presente, li rende ancor più interessanti.
Lo sviluppo narrativo è lineare, veloce, perfetto per un romanzo di questo genere. La storia viene raccontata a capitoli alterni da punti di vista che permettono di vestire non solo i panni dei due protagonisti, ma anche quelli dell'antagonista, e addirittura della "creatura", dettaglio questo che ho trovato particolarmente interessante, una bella sfida che gli autori hanno superato con mestiere.
Lo stile di tutto il romanzo, infatti, è professionale e maturo; Strange Activity è solo l'ultima delle opere scritte e pubblicate dal duo siciliano ed è libera da quelle che potrebbero essere le ingenuità e le pesantezze di un romanzo d'esordio.SA Episodio4
Il finale e in generale la risoluzione della parte "gialla" della trama non sono originalissimi, ma la logica e l'inevitabilità li rendono entrambi corretti e godibili. Soprattutto se l'intento degli autori era di dare più importanza alla parte fantastica, piuttosto che a quella strettamente investigativa.
Un epilogo cliffhanger piuttosto inaspettato porta a pensare che questo "Regina", avrà un seguito.
A me Strange Activity ha ricordato molto le storie bonelliane di Dylan Dog, e da fan del bell'indagatore dell'incubo auguro lunga vita alle avventure di Angelo e Vera.
Unico appunto per la casa editrice, nella versione divisa in episodi ho trovato alcuni refusi.

cinque2

 

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E così, eccoci alla prima recensione del progetto “Fantastico italiano”. E devo dire che abbiamo fatto bene a prenderci il nostro tempo visto che ci arriviamo di giustezza alla fine di febbraio.  Dunque eccoci qua, “la terza Memoria” di Maico Morellini, già vincitore del Premio Urania nel 2010 con “Il re nero”, creatore della serie “I necronauti” pubblicata con Delos e di recente uscito per Vincent con il corto “Spettri di ghiaccio”.
coverTrama: in un’Italia post Apocalittica in cui gli ultimi depositari della scrittura sono in grado di governare gli elementi grazie al Verbo, cui attingono scrivendo parole con il sangue delle proprie carotidi, l’ordine è mantenuto da un consiglio formato da cinque persone, la Voce e quattro Consiglieri, due uomini e due donne insediati in Vaticano. Al nord però una minaccia increspa il tessuto del Verbo: il consigliere Beteah, il Beneditore Aarlon e tre militi sono incaricati di indagare. La Voce ha inoltre deciso che è giunto il tempo di stanare dalla loro Torre l’Ordine dei Numeri che, grazie ai loro simboli matematici, hanno contribuito in maniera determinante a ricostruire gli edifici di Roma e delle aree circostanti, ma stanno acquisendo troppo potere e troppa indipendenza.

Commento: L’idea di fondo del libro – vi è un gruppo di persone che governano gli elementi scrivendo con il proprio sangue - è buona ed è sviluppata in maniera interessante e molto articolata: le persone che hanno questo potere sono selezionate ed educate e costituiscono il vertice della piramide sociale, ma alla loro ombra si sviluppano poteri complementari (i Beneditori che “rimuovono le scritte”) e contropoteri (i Numeri, in parte alleati collaboratori, e in parte antagonisti) - la stessa ritualizzazione dell’utilizzo del Verbo attraverso, Regola, Legge e Fato è molto ben descritta. Questo solo per fare qualche esempio.

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La Torre dei Numeri immaginata da Stefano Sironi

Per quanto riguarda lo sviluppo narrativo invece, come già si può intuire dalle poche parole di trama che ho descritto che in realtà ne rivelano appena il calcio d’inizio, la Terza Memoria ha uno sviluppo corale: fin dalle prime pagine si biforca in due tronconi indipendenti e di uguale importanza, che hanno sì vasi comunicanti (per la verità abbastanza esili), ma che procederanno sostanzialmente paralleli per tutta la durata del romanzo. Non c’è un vero protagonista ma molti coprotagonisti che hanno più o meno lo stesso rilievo, e il libro sviluppa un caleidoscopio di punti di vista diversi tanto da richiamare nella struttura più certe serie televisive (alla “Il trono di spade”, per intenderci) che un libro.
Per quanto riguarda i personaggi, sebbene siano tanti non mi è mai capitato di confonderli il ché significa che sono sufficientemente ben descritti. D’altro canto, sebbene alcuni li abbia trovati ben riusciti, devo dire che per nessuno di loro ho provato grande empatia, e questo forse è il limite peggiore del libro, tanto che in alcuni punti ho un po’ provato un po’ di “affaticamento” nel proseguire la lettura.
Buono lo stile, di quelli che se da un lato non sono troppo poveri al contempo non si piacciono troppo e, al servizio della storia, tendono a sparire per la maggior parte del tempo un po’ sullo sfondo senza farsi notare, la qual cosa è un po’ l’obiettivo che spesso (non sempre) mi pongo anch’io quando scrivo. L’unica cosa che vorrei chiedere a Maico è di mettere un ban perpetuo sulla parola “scattoso” che sarà pure corretto, ma non si può sentire.
Da ultimo il finale: corretto benché non eccessivamente brillante. Diciamo che la soluzione offerta è più o meno quella che mi aspettavo, anche in considerazione del fatto che una storia che potrebbe essere un fantasy per tutto il romanzo viene in realtà inclusa in una collana di fantascienza.

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