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Il mio rapporto con il cinema negli ultimi anni è stato piuttosto bizzarro. Intendo il cinema proprio come luogo fisico, il “cinematografo” si sarebbe detto un tempo. Funziona così: per mesi e mesi mi dimentico della sua esistenza, poi di colpo ci vado tre volte in una settimana. Sembra il rifiorire di un grande amore, poi di nuovo me ne dimentico e passo altri mesi, a volte anche un anno intero, senza andarci nemmeno una volta. E così, tutto è cominciato sabato scorso: volevo andare a vedere Arrival, siamo partiti senza prenotare, non c’era posto e quindi abbiamo ripiegato su Split, ripromettendoci di prenotare per il sabato successivo (questo). Poi, dato che il nostro livello di attenzione sul cinema si era alzato, abbiamo intercettato il quarantennale di Suspiria negli UciCinema e quindi mercoledì siamo andati addirittura a Bologna. E così ora eccomi qui con ben tre spunti di fantastico di cui parlare, motivo per cui non posso esimermi di farci un post sul blog.

Split

Di M. Night Shyamalan. Con James McAvoy, Anya Taylor-Joy

New-Split-Cover-690x1024Trama: Kevin Wendell Crumb ha ventitré personalità, di norma il comando ce l’ha Berry di animo tranquillo e artistoide, ma d’improvviso lo prende Dennis maniaco del controllo che rapisce tre adolescenti e le segrega in un sotterraneo in attesa dell’emersione di una ventiquattresima, bestiale, personalità.
Commento: al pari di tutti i film di Shyamalan che ho visto, anche Split è un film che ha delle qualità: un’idea originale e una poetica riconoscibile sia dal punto di vista scenografico che dello sviluppo narrativo. A volte la magia riesce molto bene, a volte discretamente, a volte così così. Questa volta ci troviamo nel range del “discretamente”. La logica interna tiene, per quanto io sia abbastanza disturbato dal tentativo di dare una dignità di teoria pseudo-biologica a uno spunto che è essenzialmente antiscientifico, e si cerca di ristrutturare e ibridare alcuni temi che negli anni sono diventati un po’ degli stereotipi: “rapimento in stanza chiusa e isolata” e “villain dalle molte (sempre inutilmente crescenti, peraltro…) personalità”. Io però nonostante il tentativo di aggiornamento continuo a percepirli come stereotipi: un po’ che come quando dopo l’uscita di Memento hanno fatto tre o quattro film in cui il protagonista aveva perso la memoria a lungo termine. Purtroppo ci sono spunti riciclabili quasi all’infinito mentre altri, che risultano molto buoni la prima volta, quando si tenta di sfruttarli una seconda ti accorgi che già non se ne può più.

tremezzo

Suspiria

Di Dario Argento. Con Jessica Harper e Stefania Casini

suspiriaposter_625_900Trama: Susy Benner arriva in una notte buia e tempestosa alla celebre Tanz Academy, accademia di danza classica di Friburgo. Una ragazza sta fuggendo dalla porta e il giorno successivo viene trovata morta. Preso alloggio nell’edificio dell’accademia presto si accorge che su di essa si addensano misteri.
Commento: L’operazione è strettamente cinefila ma di una certa efficacia. La cosa migliore di Suspiria è l’ambientazione per cui avere l’opportunità di vederlo al cinema tirato a lucido è stata un’ottima occasione per i suoi estimatori. Poi insomma, Suspiria è il paradigma perfetto dei film di Dario Argento, che sono ostinatamente quelli che sono: atmosfere straordinarie, storie elementari, dialoghi pedestri. Prendere o lasciare.

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Arrival

Di Denis Villeneuve. Con Amy Adams, Jeremy Renner e Forest Whitaker

arrival-poster-russiaTrama: Dodici astronavi compaiono in dodici diverse parti del globo, a pochi metri da terra. Ogni diciotto ore in ciascuna si apre un portello e resta aperto per due, consentendo un contatto con le creature extraterrestri. Le diverse nazioni coinvolte organizzano team, sotto la guida dei militari, per cercare di comunicare con loro: negli Stati Uniti il compito è nelle mani della linguista Louise Banks e del fisico teorico Ian Donnelly.
Commento: Prima dicevo di come certi spunti siano riciclabili all’infinito continuando a creare buone storie. Non saprei dire perché, forse perché sono spunti aperti ad un maggior numero di sviluppi o perché sono or  mai così radicati nella nostra cultura di massa che lo stereotipo è diventato archetipo (…ahò, ma chemminchia sto addì?). Comunque Arrival già dal titolo si iscrive al filone “Arrivano gli alieni e…”, non di meno è un film di gran classe, sia dal punto di vista visivo - magnifiche le astronavi, gli alieni e lo sviluppo grafico della loro scrittura – che narrativo – niente urla, esplosioni, raggi laser e via trashonando. Come una parte cospicua della miglior fantascienza non manca di sottotesto politico, che però non è troppo in primo piano, e al contempo non tralascia un buono sviluppo dei personaggi. Spiega senza fare spiegoni, ragiona senza essere né oscuro né pedante. Capolavoro quindi? No, soprattutto perché un po’ come per "Interstellar" che pure mi è piaciuto moltissimo, alla fine la soluzione ricasca nella fattispecie “loop temporali” che hanno francamente rotto il cazzo. Un ottimo film, comunque sia.

quattroemezzo

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Buongiorno a tutti, oggi sono qui per darvi un po' di aggiornamenti e comincio subito con il più fico. Vi siete persi la presentazione del Serpente di Fuoco alla Biblioteca del Gufo di giovedì sera? Perché eravate troppo lontani, troppo impegnati, troppo malati? Niente paura! Potete guardarvela e ascoltarvela tutta comodamente dal vostro pc/cellulare/tablet 🙂

Grazie alla nostra fantastica presentatrice, Elisa Guidelli in arte Eliselle che l'ha ripresa e condivisa, eccovela qui.

Ovviamente ringraziamo di nuovo sia Elisa che Elena, la nostra magnifica ospite, che prima della presentazione ci ha anticipato un sacco di altre magnifiche iniziative che vi consiglio di seguire sulla pagina Facebook della Biblioteca del Gufo.

Il secondo aggiornamento riguarda il nostro progetto legato al Fantastico Italiano. Sono arrivate le prime richieste di recensione e per ora sono stati riempiti gli slot da Febbraio a Maggio. Sulla pagina dedicata trovate tutti i dettagli, se avete voglia di farvi pubblicità, di ricevere una recensione sincera e di mettervi un po' in gioco aspettiamo le vostre proposte, c'è ancora posto!

Ultime due cose. Nel caso (di certo remotissimo ;P) in cui dopo la visione della nostra diretta non vi siate subito precipitati a comprare la vostra copia de Il Serpente di Fuoco e abbiate bisogno di qualche rassicurazione, vi invitiamo a dare un'occhiata alle recensioni uscite in questi giorni in rete, le trovate tutte qui.

E se neppure dopo questo siete ancora convinti, allora venite a trovarci l'11 di Febbraio, a Modena, da Emily Bookshop. Stiamo preparando per voi una presentazione molto speciale ;).

A presto!

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Finalmente arrivo a parlarvi del secondo acquisto fatto a Stranimondi l'ottobre scorso, ossia dell'ultimo romanzo di Emanuela Valentini che in quell’occasione ho anche avuto il piacere di sentire dal vivo in una tavola rotonda a tema fantascienza insieme ad Andrea Viscusi, Francesco Troccoli, Alessandro Vietti e Francesco Verso.

angeli-di-plasticaTrama: Mei vive nel Sobborgo Corporativo, suo padre Tartan è il primo ingegnere della multinazionale Plastic Art. Ogni notte un ragazzo la visita in sogno e in quel luogo si amano, un giorno il ragazzo la conduce fino a lui nei sotterranei dell’azienda di suo padre, per liberarlo. E’ privo di memoria e non ricorda chi sia o da dove venga, ma è uscito da una macchina prototipatrice dell’ala nord che da quattordici anni si è messa “stampare” essere umani al posto di oggetti di plastica. Non si sa da dove vengano, ma sono arrivati in molti. Per la maggior parte sono incompleti,  incapaci di vita autonoma o mostruosi,  ma alcuni di loro come il ragazzo che ha chiesto a Mei di liberarlo non sono solo perfetti, ma hanno anche capacità super umane. Inoltre nel corso degli anni, tra quelli che sono usciti storpi ma vitali, molti si sono liberati e vivono nelle fogne pronti a scatenare una rivolta.

Commento: Angeli di Plastica è un buon libro, senza dubbio. E’ buono innanzitutto perché è ben scritto, e poi perché non ti consente di sedere comodo in poltrona. Al contrario si getta contro di te cercando di sfondare tutte le tue sicurezze: a testa bassa, in maniera programmatica e a volte anche un po’ irritante, ma in modo indubbiamente efficace. Al netto delle sue soluzioni scenografiche un po’ troppo pop per i miei gusti, come nella migliore fantascienza l’intreccio nasconde mille tematiche e idee anche in senso lato (e non è necessariamente una brutta parola) politiche. E’ difficile ad esempio non vedere l’analogia con il reale negli attentati suicidi delle creature emarginate, come è difficile trascurare la brutalità dell’accoglienza che questi riservano a Mei. Notare bene: questi mica sono i cattivi, anzi all’inizio l’autrice ci porterebbe a parteggiare per loro e non è che alla fine, sebbene ci appaiano orribili, risultino necessariamente i peggiori. Non so se fosse quella l’intenzione, ma io ci ho trovato  il tentativo di mettere in scena il fatto che, se noi guardiamo gli eventi semplicemente per quelle che sono, il loro significato (la loro “valenza etica”?) diventa automaticamente ambiguo.

Angeli di Plastica è infine un buon libro – e con questo chiudo la mia esegesi che sta già sconfinando fin troppo nel pippone - soprattutto perché fa un nobile tentativo di stravolgere lo standard del romanzo adolescenziale dei nostri giorni: pieno di creature “superumane” (vampiri, licantropi, demoni, angeli etc. etc.) che titillano il desiderio dell’adolescente si sentirsi speciale, per addomesticarli poi ad una versione stereotipata, esangue e tranquillizzante. Al contrario gli "angeli" della Valentini (sempre che tali veramente siano e per fortuna è più che lecito dubitarne...) non hanno nulla di tranquillizzante, solo pulsioni narcisistiche e/o distruttive.  Anche se…

Anche se  alla fine, quando tutto, ma tutto, ma proprio TUTTO è andato in rovina qualcosa da qualche parte ancora sopravvive nel sogno gotico dell’amore tra due adolescenti… qualcuno la chiamerà luce o speranza, ma io tutto sommato avrei preferito fermarmi al penultimo capitolo.

Un ultimo appunto: notizia di ieri, Angeli di Plastica è stato inserito nella cinquina della opere finaliste del Premio Vegetti (ovviamente per la categoria "romanzo di fantascienza") patrocinato dalla World SF Italia.

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Titolo: Angeli di plastica
Autore: Emanuela Valentini
Editore: Delos
Lunghezza: 203 pagine (cartaceo)
Prezzo: 15€ cartaceo / 3,99€ e-book

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Oggi desideravo parlarvi di uno degli acquisti che ho effettuato a Stranimondi, l’ottobre scorso. Speravo di poterlo fare prima, ma è stato un autunno molto intenso lavorativamente parlando e il tempo che sono riuscito a dedicare alla lettura (e alla scrittura, e a questo blog…) è stato abbastanza limitato. Ma conto che questo inizio di anno sia molto meglio da questo punto di vista.
fsf-g-015Fantasy & science fiction” è una storica rivista americana (il primo numero è uscito nel 1949, attualmente l’uscita è bimestrale) che pubblica racconti e novelle di genere fantastico, nonché qualche saggio. Le edizioni ELARA hanno acquistato i diritti per la pubblicazione dei testi di questa rivista e pubblicano questi libretti (160 pagine) di sola narrativa scegliendo tra i loro racconti preferiti in sessant’anni di racconti della rivista anglofona.
La cadenza della rivista italiana sarebbe nominalmente mensile ma nei fatti sembrerebbe abbastanza aperiodica, ha l’ambizione di uscire anche in edicola (per cui deve avere tirature ragguardevoli) e un prezzo molto popolare, ossia 5,90€.
Io una volta deciso di acquistarne un numero ho puntato sul il volume numero quindici (a tutt'oggi il penultimo), attratto dal racconto di Eleanor Arnason autrice di cui ho già apprezzato vari testi. L’ho letto a tappeto, dal primo racconto all’ultimo, ma vista la formula è il genere di pubblicazione in cui uno potrebbe anche scegliere di leggere alcune cose e non altre. Nel numero quindici il parco racconti è davvero vario: ne abbiamo di molto recenti e altri più datati, racconti di fantascienza, fantasy, un paio di puntate nell’horror/weird e anche umoristici; abbiamo racconti piuttosto lunghi e racconti brevi, autori di una certa notorietà (es.: Clifford Simak che, mi pare di capire, sia un "pallino" di Elara) e altri pressoché sconosciuti in Italia (es.: Frederic S. Durbin).
Non ho amato tutti i racconti del lotto, ho ad esempio trovato piuttosto noioso il fiabesco “La settima figlia” di Bruce McAllister, peraltro fortunatamente molto breve, però ho in compenso amato molto l’ampiezza panoramica dell’operazione che riflette pienamente il mio gusto per il fantastico.
Ecco questa aspetto va considerato: non so se sia limitata al numero in m io possesso (ma credo di no, lo stile generale mi pare troppo coerente su questo punto perché sia un caso) ma non aspettatevi cyberspazio, fantascienza ipertecnologia con diluvi di termini incomprensibili, violenza gratuita, cinismo e amoralità a bella posta o l’autore diventato famoso questa primavera.  Qui l’immaginario ha un procedere più classico, trova il suo tempo e il suo spazio in gesti più lenti e spesso meno eclatanti, senza voler assestare a ogni costo colpi sotto la cintura.
Decidete voi se questo gusto un po’ retrò sia un pregio o un difetto: io lo trovo un pregio (apprezzo anche roba più “dura”, sia chiaro, ma queste corde sicuramente mi appartengono) e se solo potessi dotarmi di una vita accessoria comprerei oggi stesso tutti i numeri e mi chiuderei in casa a leggerli.
Due ultime considerazioni, apprezzo molto il fatto che i racconti siano qua e là spezzati da immagini, e anche l’idea di muovere un po’ il layout pubblicando alcuni racconti su due colonne e altri in colonna unica. Unico neo della pubblicazione: ho intercettato qualche refuso.

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Questo è un post un po’ particolare: è da un lato una sorta di “recensione tripla” e dall’altro un’occasione per dire une parole di un progetto che ha destato prima la mia curiosità e poi il mio entusiasmo.

13892071_517217828477071_3706422493721559089_nIl progetto è si chiama “Collana Miskatonic” ed è edito da Vincent Books: in pratica si tratta di una collana di racconti lunghi di genere fantastico (horror/weird, per ora) che escono singolarmente in un’edizione spillata all’incirca alla cadenza di uno al mese, sotto la supervisione della libreria Miskatonic di Reggio Emilia. Per ora sono stati pubblicati tre racconti: Il gioco della bottiglia di Pietro Gandolfi, Nelle crepe di Luigi Musolino e Spettri di Ghiaccio di Maico Morellini, tre autori che hanno al loro attivo già diverse pubblicazioni interessanti, in modo particolare per chi non lo sapesse Maico Morellini ha vinto il premio Urania nel 2010 con il romanzo “Il re nero” ed è uscito di nuovo per Urania questa primavera con “La terza memoria”.

L’edizione secondo me è molto bella: a partire dalle copertine che sono il biglietto da visita di ogni libro (bello anche l’interno colorato), continuando con la carta è di ottima qualità e l’ulteriore arricchimento di un disegno all’interno del testo.  Ma la cosa che ha risvegliato il mio entusiasmo di lettore è soprattutto questo aspetto: si tratta di racconti di 60/100.000 battute circa, che si leggono in un paio d’ore di tranquillità a dire tanto e questo mi ha ricordato un po’ i miei quindici anni e le domeniche in cui mi chiudevo un’oretta in camera a leggere Dylan Dog.

Ora che sono un po’ grandino per Dylan Dog e quel genere di storie a fumetti non mi nutre più molto, ho però ritrovato con la Collana Miskatonic  il gusto di concedermi uno shot di evasione fantastica che ha il prezzo il di un fumetto (4,90€ per Gandolfi e Morellini, 5,90€ per Musolino il cui racconto è per nettamente più lungo) e un investimento emotivo perfetto per le mie esigenze. Sì perché per come sono fatto io (ma credo molti) magari ho qualche remora a spendere 15€ per 200 o 300 pagine di un libro di un autore che non conosco che probabilmente mi annoierà dopo 20, ma non ho nessuna difficoltà a spendere 5€ per una lettura che so già inizierò e concluderò in un paio d’ore libere.
E chissà, magari questo investimento mi metterà in contatto con una perla, con un autore che diversamente non avrei mai preso seriamente in considerazione.

Ma detto questo, veniamo al sodo, ossia: la qualità in questi testi c’è o non c’è? Vediamoli brevemente in dettaglio.

PIETRO GANDOLFI – Il gioco della bottiglia

13775415_1753307554955127_6976508424007767324_nUna banda di ragazzi e ragazze ammazzano i loro sabato sera tra chiacchiere e giri in automobile. Una sera per vincere la noia decidono di recarsi nella casa stregata del paese per una sessione di gioco della bottiglia. L’idea presenta qualche incerto.

Il racconto ha un tema e un impianto classico, una scrittura veloce e un buon finale anche se paga lo scotto di un’ambientazione da America rurale di maniera. Piacevole ma nel complesso è il meno riuscito dei tre.

LUIGI MUSOLINO – Nelle Crepe

2073crepe2Il vecchio Giaco vive a Torino nel decadente quartiere Rosella. Se la fine dell’essere umano appare comunque ineluttabile, non è detto che un quartiere si lasci seppellire con altrettanta semplicità.

Questo racconto è una di quelle perle cui accennavo prima, quelle che ti fanno scoprire un autore che diversamente magari non avresti mai letto. Ha una mitologia tutta propria e un “mostro” molto originale, inoltre il quartiere Rosella è un ambientazione magnifica (ricorda un po’ il Cabrini Green di Candyman). Orrore urbano ricco di fascino. Ottimo anche il finale.

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MAICO MORELLINI – Spettri di ghiaccio

2081cm_03Il Dottor Lindholm ha ingaggiato il rimorchiatore Antares per una missione di recupero: la Lyubov Orlova, nave sovietica dismessa che già una volta è sfuggita al disarmo guadagnando il mare aperto mentre veniva condotta in porto per il suo ultimo viaggio. Ma la Orlova si è nascosta tra i ghiacci dell’Artico, stanarla non sarà facile!

Maico ha dalla sua tutta la professionalità di un autore che pubblica con Urania e devo dire che il formato del racconto gli è assolutamente congeniale (un giorno ho l’altro mi sono ripromesso di leggere qualcosa anche de “I necronauti“). L’impianto è robusto, la forma precisa, l’ambientazione perfetta, gli aspetti marinareschi ben documentati. Rispetto al racconto di Musolino cede un poco sul piano dell’originalità, ma è una lettura di grande piacevolezza.

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Quindi in conclusione la qualità c’è? C’è! Chi ama il genere secondo me avrà occasione di divertirsi parecchio.
Personalmente prenderò anche i prossimi, il numero quattro che si intitola "Il cimitero dei Kaiju" a firma Andrea Berneschi è in uscita per il 10 dicembre,   intravedo l’inizio di una bella collezione.

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Oggi finisce l'avventura del nostro primo blog tour. Ringrazio di nuovo Giusy di Divoratori di Libri per averlo organizzato, devo dire che per me è stata un'esperienza molto interessante.
Come promesso qualche fortunato lettore vincerà una copia di ogni libro da noi recensito.
And the winners are...

Per 1986 - Angela Greco

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(estrazione effettuata da Gioia Assanagora, che ringraziamo)

Per Fedele alla linea - Laura Colucci, unica candidata

Per La Medusa - Dory A.

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Verrete contattate dagli autori per la spedizione.

Non mi resta che augurarvi buona lettura e se avrete voglia, alla fine tornate a dirci se vi sono piaciuti 🙂

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Con la recensione di oggi relativa a “La medusa” di Romina Casagrande concludiamo i nostri articoli all’interno del progetto Leggere Italiano Blogtour.  Siccome né io né Sara avevamo mai partecipato a un blogtour è stata a suo modo un’esperienza interessante e intensa, a cui speriamo di avere dato un contributo positivo!

2wq73ig-jpgIl romanzo è in giveaway per cui iscrivetevi alla newsletter di Mekbuda/Mebsuta, commentate questo post e gli altri dedicati al romanzo (dovrebbero uscirne un paio sul blog di Mirta di qui alla fine del blogtour) per partecipare all'estrazione del libro.

71oj02ehhslTrama: Nel 1816 al largo della costa del Senegal la fregata Meduse si arena tra le acque basse. I notabili che si trovano sull’imbarcazione vengono caricati su lance di salvataggio, mentre per tutti gli altri (centocinquanta persone tra soldati e cittadini comuni) viene costruita una zattera, che dapprima viene trainata e quindi abbandonata al suo destino. Quando una nave incrocerà i naufraghi solo quindici persone saranno ancora vive, e quelle quindici per mantenersi in vita avranno dovuto macchiarsi di indicibili delitti. Sarà Charlotte, emigrante francese  e sorella del piccolo Luc a raccogliere in un lazzaretto ai confini del mondo la testimonianza di uno dei sopravvissuti, trascrivendola in una lettera che dovrà essere consegnata a una ragazza di Parigi.
Nel 1819 l’eco di quel che è avvenuto è giunto fino alla capitale, e il fatto di cronaca è entrato a far parte dell’immaginario collettivo tanto da ossessionare il pittore Theodore Gericault che da mesi lavora nel suo studio per farne un dipinto. Liz, cameriera in una casa chiusa, in cui vive insieme al figlio Titù incontra Louis, aiutante del pittore Gericault e gli promettere rivelazioni sulla Meduse, Titù infatti è un bambino speciale, non parla ma attraverso i suoi disegni gli spiriti di coloro che sono morti al largo del Senegal cercano di raccontare quanto è accaduto.

La medusa è un romanzo elegante e ben strutturato: passato e presente si alternano incorniciati da sezioni che portano il nome dei colori della tavolozza di Gericault. L’intreccio funziona bene e trova una sul risoluzione finale che io ho trovato pienamente soddisfacente. L’ambientazione storica è ben ricostruita (o piuttosto credo che dovrei dire, a me ha rimandato una sensazione di rigore, ma non sono uno storico) con la giusta dose di dettagli, né troppi né troppo pochi. Per quanto riguarda i personaggi, sono ben descritti e ci appassionano alle loro vicende. L’unico appunto che mi sento di fare è sullo stile, nulla da eccepire sulla sua correttezza e bellezza formale, ma l’ho trovato troppo ricco di metafore, similitudini e più in generale di periodi ellittici che rallentano la lettura diminuendone il piacere.

Per concludere è importante da sapere tutto il libro trasuda una grande passione per la letteratura ottocentesca, ricca di segreti indicibili, malvagità inaudite, storie d’amore e morte coniugati con un certo pudore del racconto: a voi decidere se dal vostro punto di vista la cosa rappresenta un pregio o un difetto.

Io in questo caso l’ho apprezzato.

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Autore: Romina Casagrande
Titolo: La medusa
Casa editrice: Arkadia editore
Prezzo: 15,00€

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Eccoci alla nostra seconda recensione nel contesto di Leggere Italiano Blogtour. Come alla maggior parte dei libri del Blogtour anche a questo è legato un giveaway, ma siccome io sono stato troppo tonto per aver essermi dotato nei tempi giusti dell’opportuno modulo di google, vi rimando per la sua compilazione all’articolo sul blog di Gioia Anassagora che lo ha già creato. Tanto comunque per partecipare al giveaway dovete commentare sia il nostro articolo che il suo! Mi raccomando dovete seguire anche la pagina facebook dell'autore e iscrivervi al nostro blog!

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Preambolo: questo blog si occupa di fantastico e questo libro non ha nulla che vada “al di là del reale”, pertanto questa recensione è destinata a rimanere in qualche modo un'eccezione all’interno del nostro blog. Ho scelto (dovrei dire "abbiamo", ma questo l'ho scelto proprio io) anche questo libro per il blogtour perché porta come titolo un  riferimento a vita e opere di Lindo Ferretti (ex frontman dei CSI e CCCP).
E ora via con la recensione vera e propria!

41qfryakedlTrama: Nicola è rimasto folgorato da un viaggio improvvisato effettuato nell’Europa dell’est, cominciato a rimorchio di una coppia di amici e continuato in solitaria. Da quel punto in poi il suo modo di viaggiare, ma anche la sua vita, non saranno più gli stessi. Dopo la laurea e un annetto di impiego a Roma per un’azienda che organizza eventi lascerà il lavoro per cercarne uno migliore, tra mille sbronze, contraddizioni e crisi di coscienza effettuerà altri viaggi, tenterà l’espatrio, lo studio all’estero,  il lavoro in un azienda della famiglia allargata e finirà in Perù prima per visitarlo e poi come luogo di rifugio per scrivere il suo libro (questo), fino a quando persino la sua salute chiederà un conto assai salato.

Nicola Fermani ha all’incirca la mia età, per cui tra me e Fedele alla linea si è creato innanzitutto un legame generazionale.  Rivedo nelle disavventure del protagonista, raccontate a cuore aperto e senza reticenze, anche alcune le contorsioni della mia vita e di quella di molte persone che conosco. Avete mai sentito parlare della cosiddetta “crisi post-laurea”? E’ quella che si prova quando si conclude oltre ogni ragionevole dubbio il percorso che altri (le istituzioni, i genitori) hanno descritto per noi: il mondo si espande in una miriade di possibilità e se non ci arrivi già con un progetto, o rifiuti l’idea di creartene uno preciso, è un attimo che la tua vita rimanga impantanata nella vertigine di questa libertà. In quella terra di mezzo tra una tardiva adolescenza e un’incompiuta età adulta ci si può anche passare, letteralmente, la vita. Non so se fosse esattamente questo il tema che voleva esplorare Nicola scrivendo questo libro, ma di certo questo è il significato che ha avuto per me.

Quindi mi è piaciuto il libro di Nicola? Così così. La scrittura è buona, scorrevole, a volte spumeggiante, per cui il libro si legge di volata. Nel complesso ha diverse frecce da sparare per le persone a cui piacciono i modelli a cui si ispira (il primo che mi viene in mente è il Gianluca Morozzi de “L’era del porco”). Però è anche vero che non ho provato eccessiva simpatia per l’autocompiacimento con cui procedono le avventure del protagonista e anche un interesse moderato per le sue riflessioni e digressioni “filosofiche”: in un libro come questo in cui tutta la vicenda è portata avanti dal protagonista (gli altri personaggi, come pure i luoghi, hanno rilievo marginale) questo è, ahimè, l’aspetto determinante.

Per concludere così come ho cominciato una parola sul titolo. Come ho detto la citazione da Lindo Ferretti è uno degli elementi che mi ha attratto. Confesso di averla trovata pretestuosa per quasi tutto il libro: non mi era chiaro, al di là delle passioni musicali dell’autore, che cosa mi volesse comunicare. Poi però ho riflettuto meglio, Ferretti è un tipo contraddittorio, ha combattuto tutta la vita la famiglia e la chiesa come istituzioni (parole sue) e alla fine si è ritirato a vivere nella sua famiglia e chiesa. Quindi “Fedele alla linea” significa in realtà “Infedele a qualunque linea ideale ma fedele a sé stesso”.
E allora tutto sommato la citazione ci sta.

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Autore: Nicola Fermani
Titolo: Fedele alla linea - in fuga verso me
Casa editrice: Eremon Edizioni
Prezzo: 2,49€ (ebook)

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Dopo la nostra intervista pubblicata da Monica (non l’avete ancora letta? Precipitatevi!) oggi iniziamo a proporvi le recensioni del blogtour Leggere Italiano.

Il primo romanzo finito fra le nostre grinfie è “1986”, di Giuseppe Ottomano. In fondo all’articolo troverete le regole del giveaway e il modulo da compilare per partecipare all’estrazione di una copia del libro gentilmente messa a disposizione dall’autore.

Prima di lasciarvi al mio commento sul libro mi sento di fare una premessa. Quando con Max decidemmo di occuparci anche di recensioni abbiamo stabilito una regola: di essere sempre sinceri con i nostri lettori. Quindi fra le nostre pagine non troverete stroncature gratuite e penalizzanti, ma neppure lodi sperticate per libri che non ci hanno convinto del tutto. Sappiamo quanto sia difficile scrivere un libro, ma sappiamo anche quanto possano essere utili i commenti costruttivi dei lettori, quindi abbiamo deciso di puntare sull’onestà.

Direi che mi sono dilungata fin troppo, quindi ciancio alle bande eccovi l’articolo.

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QUARTA DI COPERTINA: Una cospicua eredità permette a Tommy e Andrea, due giovani e simpatici cialtroni, di intraprendere un viaggio lungo l’Europa per coronare la propria passione: la caccia alle ragazze. Malgrado i ripetuti insuccessi, dovuti in parte all’inettitudine e in parte alla malasorte, non desisteranno mai dal loro proposito originario. Affronteranno così un viaggio trentennale senza meta, che si trasformerà in una sorte di “ricerca del Santo Graal” in chiave moderna e dissacrante. L’intera azione si svolge in un 1986 immutabile, in cui il contesto storico di ogni anno si ripete sistematicamente. In un romanzo sospeso tra la fantascienza e il grottesco, una ridicola coppia di aspiranti seduttori, che rimanda a “Il sorpasso” di Dino Risi, vive una serie di avventure sul filo del mistero dello scorrere del tempo.

Quando ho letto questo trafiletto la mia mente si è focalizzata su alcuni elementi creandosi un carico di aspettative: un racconto di viaggio, per me la promessa più allettante, un’interessante idea di fantascienza e, a rendere tutto più attraente, la promessa di due personaggi simpatici.
Distratta da quelle che sono le mie passioni in fatto di narrativa, purtroppo ho ignorato gli aggettivi che probabilmente definivano la vera natura di questo romanzo. Il risultato è che non sono entrata in sintonia con la storia.
Vado con ordine. In questo libro il viaggio c’è ma non si vede. I capitoli portano i nomi delle capitali, ma, a parte qualche citazione di nomi di strade o di locali (non ho verificato se esistono davvero), i due protagonisti si muovono in uno spazio non descritto. Potrebbero essere dovunque, ma l’impressione nella lettura è che si trovino sempre in una stanza vuota. O quasi.
L’idea del tempo che si ferma al 1986 è interessante, ma la teoria fantascientifica è stata appena abbozzata, con lacune logiche e una spiegazione affrettata e fumosa tutta ammucchiata nelle pagine finali.
Infine, purtroppo, temo per colpa delle mie aspettative sbagliate (dovevo dare più retta a quel “cialtroni”), non sono riuscita a simpatizzare con Tommy e Andrea, i due protagonisti. Mettiamola così: per spiegare trent’anni di scarsi successi in fatto di conquiste femminili io non avrei avuto bisogno di scomodare una teoria fantascientifica.

Però in fondo resta il 1986.
In quell’anno io c’ero, anche se ero solo una bambina, e i rimandi alle canzoni e agli avvenimenti che nel bene e nel male hanno fatto parte della mia infanzia mi hanno comunque divertita, regalandomi qualche sorriso malinconico.

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Autore: Giuseppe Ottomano
Titolo: 1986
Casa editrice: Leucotea Project
Prezzo: 16,90€ (cartaceo)

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Per partecipare al giveaway ci sono alcune semplici regole da seguire:

- Compilare il modulo qui sotto;
- Seguire i blog che parlano di questo libro (oltre a noi se ne occuperà anche Gioia di Carta e Penna);
- Seguire la pagina facebook dell'autore;
- Commentare tutti i post dedicati a 1986;
- lasciare un indirizzo mail e il vostro nome utente.

Per ottenere punti extra potete inoltre:
- Seguire tutti i blog che partecipano all'iniziativa Leggere Italiano (+10 punti), trovate la lista nel post precedente;
- Commentare un altro post a scelta del blogtour (+1). Per conoscerli tutti seguite l’evento su Facebook;
- Condividere il post (+2).

 

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Con l'arrivo di settembre riprendiamo le fila del blog, con una recensione del libro di "Dopo cinquecento anni" di Valentina Capaldi pubblicato da Watson. Per quanto riguarda le "grosse novità" annunciate nel post precedente invece vi chiediamo di resistere alla curiosità ancora qualche giorno!

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Trama: Inghilterra 1509 il demone Rakgat viene tramutato in umano da un gruppo di streghe.  Gli rimangono occhi inquietanti, forza eccezionale e immortalità. Le stesse streghe hanno trasformato in nano l’umano Tighe, rendendo anch’esso immortale. Rakgat ha scarsa dimestichezza con il mondo degli umani perciò accetta di stringere con Tighe un patto di sangue che li porterà alla ricerca di una soluzione per entrambi. Rakgat un idea ce l’ha: deve trovare il demone Guardiano, colui che ha la chiave per la porta degli inferi, ma prima ha bisogno di scoprire chi è e dove si trova. A Parigi interpellando Coemgen, un demone che vive da molti anni sulla terra dove conduce una bottega di sarto, scoprono che il guardiano è Tarb, un acerrimo nemico di Rakgat: tornare negli inferi rischia di non essere cosa facile.

Dopo cinquecento anni è un’avventura lineare, scritta con un linguaggio semplice ma efficace, con un narrato veloce che va al sodo senza perdersi in troppe descrizioni. Soprattutto è un libro divertente le cui cifre generali sono innanzitutto leggerezza e ironia, per cui consiglio di astenersi a tutti coloro che sono in cerca di oscuri demoni romantici: qui siamo più dalle parti del picaresco, i conti si regolano a suon di mazzate, con la giusta dose di cinismo e scorrettezza che ci si aspetta da una creatura demoniaca.

Rispetto alle due macro partizioni del libro ho preferito la prima ambientata nel 1509 alla seconda ambientata ai giorni nostri. Se la prima ha il respiro arioso di un’avventura che ci porta in giro per mezzo mondo, la seconda, nettamente più breve, si incarica non solo di portare il romanzo a risoluzione, ma anche di descriverci l’intero arco del protagonista attraverso l’introduzione di due personaggi nuovi piuttosto importanti che però, compressi in poche pagine, finiscono per essere un po’ stereotipati. Niente di grave, comunque sia: il libro regge lo stesso bene fino all’ultima pagina.

Bella la copertina e buono l’editing (ho intercettato solo un paio di refusi) e un applauso anche per il prezzo popolare praticato dalla casa editrice.

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Autore: Valentina Capaldi

Titolo: Dopo cinquecento anni

Casa editrice: Watson

Prezzo: 10€

 

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