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Dopo la nostra intervista pubblicata da Monica (non l’avete ancora letta? Precipitatevi!) oggi iniziamo a proporvi le recensioni del blogtour Leggere Italiano.

Il primo romanzo finito fra le nostre grinfie è “1986”, di Giuseppe Ottomano. In fondo all’articolo troverete le regole del giveaway e il modulo da compilare per partecipare all’estrazione di una copia del libro gentilmente messa a disposizione dall’autore.

Prima di lasciarvi al mio commento sul libro mi sento di fare una premessa. Quando con Max decidemmo di occuparci anche di recensioni abbiamo stabilito una regola: di essere sempre sinceri con i nostri lettori. Quindi fra le nostre pagine non troverete stroncature gratuite e penalizzanti, ma neppure lodi sperticate per libri che non ci hanno convinto del tutto. Sappiamo quanto sia difficile scrivere un libro, ma sappiamo anche quanto possano essere utili i commenti costruttivi dei lettori, quindi abbiamo deciso di puntare sull’onestà.

Direi che mi sono dilungata fin troppo, quindi ciancio alle bande eccovi l’articolo.

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QUARTA DI COPERTINA: Una cospicua eredità permette a Tommy e Andrea, due giovani e simpatici cialtroni, di intraprendere un viaggio lungo l’Europa per coronare la propria passione: la caccia alle ragazze. Malgrado i ripetuti insuccessi, dovuti in parte all’inettitudine e in parte alla malasorte, non desisteranno mai dal loro proposito originario. Affronteranno così un viaggio trentennale senza meta, che si trasformerà in una sorte di “ricerca del Santo Graal” in chiave moderna e dissacrante. L’intera azione si svolge in un 1986 immutabile, in cui il contesto storico di ogni anno si ripete sistematicamente. In un romanzo sospeso tra la fantascienza e il grottesco, una ridicola coppia di aspiranti seduttori, che rimanda a “Il sorpasso” di Dino Risi, vive una serie di avventure sul filo del mistero dello scorrere del tempo.

Quando ho letto questo trafiletto la mia mente si è focalizzata su alcuni elementi creandosi un carico di aspettative: un racconto di viaggio, per me la promessa più allettante, un’interessante idea di fantascienza e, a rendere tutto più attraente, la promessa di due personaggi simpatici.
Distratta da quelle che sono le mie passioni in fatto di narrativa, purtroppo ho ignorato gli aggettivi che probabilmente definivano la vera natura di questo romanzo. Il risultato è che non sono entrata in sintonia con la storia.
Vado con ordine. In questo libro il viaggio c’è ma non si vede. I capitoli portano i nomi delle capitali, ma, a parte qualche citazione di nomi di strade o di locali (non ho verificato se esistono davvero), i due protagonisti si muovono in uno spazio non descritto. Potrebbero essere dovunque, ma l’impressione nella lettura è che si trovino sempre in una stanza vuota. O quasi.
L’idea del tempo che si ferma al 1986 è interessante, ma la teoria fantascientifica è stata appena abbozzata, con lacune logiche e una spiegazione affrettata e fumosa tutta ammucchiata nelle pagine finali.
Infine, purtroppo, temo per colpa delle mie aspettative sbagliate (dovevo dare più retta a quel “cialtroni”), non sono riuscita a simpatizzare con Tommy e Andrea, i due protagonisti. Mettiamola così: per spiegare trent’anni di scarsi successi in fatto di conquiste femminili io non avrei avuto bisogno di scomodare una teoria fantascientifica.

Però in fondo resta il 1986.
In quell’anno io c’ero, anche se ero solo una bambina, e i rimandi alle canzoni e agli avvenimenti che nel bene e nel male hanno fatto parte della mia infanzia mi hanno comunque divertita, regalandomi qualche sorriso malinconico.

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Autore: Giuseppe Ottomano
Titolo: 1986
Casa editrice: Leucotea Project
Prezzo: 16,90€ (cartaceo)

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Per partecipare al giveaway ci sono alcune semplici regole da seguire:

- Compilare il modulo qui sotto;
- Seguire i blog che parlano di questo libro (oltre a noi se ne occuperà anche Gioia di Carta e Penna);
- Seguire la pagina facebook dell'autore;
- Commentare tutti i post dedicati a 1986;
- lasciare un indirizzo mail e il vostro nome utente.

Per ottenere punti extra potete inoltre:
- Seguire tutti i blog che partecipano all'iniziativa Leggere Italiano (+10 punti), trovate la lista nel post precedente;
- Commentare un altro post a scelta del blogtour (+1). Per conoscerli tutti seguite l’evento su Facebook;
- Condividere il post (+2).

 

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Oggi vi presentiamo uno dei due protagonisti del romanzo pubblicando una parte del primo capitolo vissuto dal suo punto di vista. I fatti qui narrati si svolgono un mese prima rispetto al capitolo cornice. Buona lettura!

DAMMAR

Un mese prima

Dammar infilò due dita nella piccola zucca svuotata, le trasse sporche di unguento e se lo spalmò sulle spalle e dietro al collo.
Dopo tanti anni la sua pelle aveva assorbito i pigmenti rossi dell’ocra e non ne avrebbe avuto davvero bisogno per proteggersi dal sole. Però quel gesto, lento e antico quanto il suo popolo, era parte integrante del rituale con cui iniziava ogni nuova giornata. Gli ricordava suo padre, da cui aveva imparato tutto, e guardare la pelle così brunita dall’impasto e dal sole lo rendeva orgoglioso, perché la resistenza al bacio di Vebrah faceva di lui uno dei migliori esploratori di Città del Sole.
Un cinguettio famigliare gli fece sollevare lo sguardo. Dal ramo scheletrico sotto cui si era accampato una piccola sentinella del miele lo fissava con i suoi occhietti neri. Dammar ripose la zucca in una bisaccia, coprì di terra le ultime braci del bivacco e fece sparire ogni traccia del suo passaggio. La sentinella lanciò il suo richiamo altre due volte prima che lui fosse pronto a seguirla.
Essere scelti da uno di quei piccoli volatili bruni era un privilegio, Dammar lo sapeva bene; la giornata non poteva iniziare sotto auspici migliori. Senza perderla mai d’occhio l’esploratore la seguì attraverso le prime propaggini della savana, dove un’erba rinsecchita prendeva il posto della sabbia ed era possibile godere dell’ombra di qualche impavido albero. Il piccolo volatile si posava a intervalli regolari e ricominciava a cantare, per sincerarsi di non perdere l’uomo che quel giorno gli avrebbe procurato il cibo.
Quando finalmente raggiunsero il tronco cavo in cui era nascosto l’alveare, il disco d’oro di Vebrah era già alto nel cielo e l’aria rovente si increspava davanti agli occhi di Dammar.
– Prendile nell’ora più luminosa, quando sono stordite dal caldo. Hai calcolato tutto per bene – mormorò alla volta della sentinella che si era posata sui rami di un cespuglio spinoso, lo sguardo puntato sull’obiettivo. L’uccello rispose con un breve fischio per incitarlo. – Vado, vado.
Dammar si avvicinò alla cavità da cui proveniva un pigro ronzio. Un’occhiata all’interno gli rivelò subito la posizione del miele e quella dell’alveo della regina. Con l’aiuto di un ramo staccò con delicatezza una parte del favo pieno di miele, alcune operaie si levarono in esplorazione e presero a volargli attorno, ma l’uomo mantenne il respiro regolare e proseguì la sua operazione con gesti lenti.
Con il favo stillante miele ben infilzato sulla punta del ramo, l’esploratore si allontanò camminando all’indietro fino a raggiungere il cespuglio su cui l’attendeva la sentinella. L’uccellino si alzò in volo e intercettò con beccate precise le ultime api che avevano inseguito Dammar fino a lì.
– Ecco. – L’uomo spezzò una porzione di favo e la posò a terra. – Come d’accordo questa è la tua parte di bottino. La sentinella gli rispose con un fischio e, dopo aver compiuto un breve volo attorno a Dammar, atterrò accanto al favo dorato posato a terra. Mentre l’uccello affondava il becco nella dolce refurtiva, l’uomo trasse di tasca un involto di foglie e le utilizzò per ricoprire il resto del miele, poi si leccò le dita per ripulirle e depose il pacchetto nella sacca che portava sulla schiena. – Bene, amico mio, è stato un piacere collaborare con te. Ricordati della mia generosità, la prossima volta che avrai voglia di miele.

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Raggiunse il villaggio al tramonto. Era una piccola comunità, formata da due famiglie di quattro generazioni ciascuna, il cui fulcro era rappresentato da due vecchie sorelle. I bambini come sempre furono i primi a vederlo e, cinguettanti come sentinelle del miele lo accompagnarono alle tende correndogli intorno, nudi e con la pelle scura impolverata di rosso. Dammar si avvicinò al fuoco al centro dello spiazzo dove erano sedute le due capostipiti.
– Nala, Nava, ben trovate – disse sedendosi di fronte a loro, pronunciando i due nomi accompagnati da un piccolo fischio e due schiocchi della lingua.
– Il suono delle tue parole sta diventando buono, Dammar–Occhi di cielo. Ti sei esercitato nel parlare la nostra lingua? – rispose Nala.
Le due donne erano pressoché identiche con piccoli occhi infossati e zigomi sporgenti. Entrambe avevano il collo ornato da file e file di collane colorate che ricadevano in massa sui petti ossuti.
– Gli uccelli sentinella sembrano apprezzarle più delle mie, uno di loro oggi mi ha condotto a un grosso nido di api. Vi ho portato il miele in dono.
Le due donne si scambiarono un’occhiata e i loro volti rugosi si raggrinzirono ancor più quando le bocche si aprirono in larghi sorrisi sdentati. – Dammar sa quanto noi vecchie senza denti apprezziamo il miele – rise Nala.
– Hai lasciato una parte del favo alla Sentinella? – lo ammonì Nava con sguardo serio.
– Sì, saggia madre. Ho rispettato il patto con la Sentinella del miele, come mi avete insegnato.
Il viso di Nava si distese. – Bravo, figliolo, così non dovrai temere la sua vendetta.
I bambini nel frattempo erano corsi ad avvertire i genitori e dopo pochi istanti altre persone uscirono dalle tende a forma di cupola e si unirono a loro. Una giovane donna dalla pelle liscia e dai piccoli seni nudi accompagnò un uomo curvo e zoppicante che volle sedere accanto a Dammar.
– Bentornato Dammar – lo salutò con voce chiara fissandolo con occhi velati.
– Grazie Kat Kat. Accomodatosi a terra il vecchio posò la piccola mano sul braccio di Dammar e lui gliela strinse con la sua, tanto più grande da ricoprirla.
Un’antilope era stata macellata e la carne sfrigolava sulle pietre immerse nelle braci chiazzandole di grasso sciolto. Quando le gocce raggiungevano la fiamma producevano un sibilo seguito da un piccolo schiocco. A Dammar vennero offerti dei tuberi cotti nelle braci, ancora roventi e coperti di fuliggine. – Sicuro di non voler mangiare la nostra carne, Occhi di cielo? – lo tentò Nala con sguardo malizioso, porgendogli un grosso boccone luccicante.
Dammar le sorrise di rimando e scosse la testa. – No, sai che le leggi della mia gente lo proibiscono.
– Le leggi della tua gente sono stupide – borbottò la fanciulla che aveva accompagnato Kat Kat al fuoco. Dammar la riconobbe solo in quel momento: il suo nome era Louta e l’ultima volta che era stato in visita al villaggio era ancora una ragazzina. Il sangue della carne le imbrattava il mento e le dita e la luce del falò creava arcani riflessi sul suo volto. Sollevando gli occhi neri e sfrontati sull’ospite, Louta rincarò con tono sprezzante. – La carne rende forti gli uomini e fertili le donne. E Kaggen ha creato gli orici e i gemsbock perché noi possiamo essere forti e fertili. Li ha creati per noi, per i leoni e per i leopardi, e per gli orici e le antilopi ha creato la savana, perché possano crescere e ingrassare per noi. Fa parte del cerchio.
Tutti i presenti annuirono. Kat Kat sorrise e invitò con un cenno del capo Dammar a replicare.
– Anche il popolo di Città del Sole mangia la carne per diventare forte e fertile – spiegò loro l’esploratore con tono paziente. – Però le nostre leggi dicono che non possiamo provocare la morte di nessun essere vivente, così aspettiamo che l’animale muoia da solo. Dopo possiamo mangiarlo.
Louta emise un verso di scherno. – Se mangiate solo animali morti di vecchiaia o di malattia i vostri figli nasceranno deboli e malati!
Dammar sentì una mano posarsi sul suo bicipite e dita ossute che lo stringevano, Nava gli stava tastando i muscoli. – Se tutti i Figli del Sole sono come lui, allora il loro dio splendente li protegge anche se mangiano carne dura e vecchia – sogghignò.
Tutti si misero a ridere, di quella risata pura e totale che Dammar aveva scoperto per la prima volta fra quei piccoli uomini. I Koikoi trovavano il lato buffo di ogni cosa e quando ridevano lo facevano con tutto il corpo: con la voce, con gli occhi, con le mani e con i piedi.
Alcuni uomini si alzarono e si affiancarono a Dammar con le braccia sollevate per confrontare i muscoli e le donne ne provavano la solidità con le mani emettendo giudizi con sguardi saputi. Quando al confronto si presentò un uomo secco come uno sterpo, sua moglie Fitjie lo schernì sollevando le braccia al cielo nella posizione della mantide, l’insetto con cui raffiguravano Kaggen, la dea della vita. – Ohi ohi! Ti prego Kat Kat, prepara subito una tisana di fiori di tontbos per rendere forte mio marito!
L’uomo non si risentì e, sollevando il piccolo quadrato di pelle che gli copriva le parti intime iniziò a rincorrere la moglie. – È più importante il braccio che semina figli di quello che scaglia la lancia! Fitjie prese a fuggire attorno al fuoco lanciando strilli divertiti.

continua...

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A Maggio dell’anno scorso ho ricevuto una e-mail da parte di Donato Altomare, presidente dell’associazione World SF Italia, che mi invitava a prendere parte a un progetto antologico tutto al femminile. Onorata per la convocazione ovviamente ho risposto di sì, anche perché l’antologia aveva come tema un argomento importante, un tema a cui è stato affibbiato un nome odioso: il femminicidio.
Perché è odioso dover specificare che si tratta di vittime donne, come se non fossero prima di tutto esseri umani uccisi.

Questa differenziazione fra esseri umani maschi ed esseri umani femmine, che a mio parere è il vero cuore della piaga, mi ha riportato alla mente i racconti che sentivo da piccola, quando si diceva che in alcuni paesi dove la legge permetteva alle coppie di avere un solo figlio, le bambine appena nate non venivano riconosciute e registrate: venivano abbandonate, nella peggiore delle ipotesi uccise, annegate come si faceva con i gattini quando nei cortili dei nostri nonni le colonie feline si facevano troppo affollate. Perché avere un figlio maschio era molto meglio che avere una figlia femmina.
Fra parentesi, anche la cosa dei gattini a me ha sempre fatto venire i brividi.

Da questa riflessione è nato il mio racconto, “L’isola senza sorelle”, in cui ho voluto cimentarmi con la fantascienza, perché è il genere di letteratura che ci parla del nostro possibile futuro, e che ci mette in guardia da esso.

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Titolo: Rosa sangue

Curatori: Donato Altomare e Loredana Pietrafesa

Autrici: Marina Alberghini, Anna Maria Bonavoglia, Sara Bosi, Denise Bresci, Mariangela Cerrino, Adriana Comaschi, Elena Di Fazio, Irene Drago, Francesca Garello, Claudia Graziani, Annarita Guarnieri, Annarita Petrino, Loredana Pietrafesa, Monica Serra, Luigina Sgarro, Giusy Tolve, Nicoletta Vallorani e Ida Vinella.

Editore: Altrimedia

Prezzo: € 20,00

 

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Oggi avrei dovuto recensire una cosa diversa ma ho appena finito di leggere un libro davvero bello quindi seguirò l’impulso del “che figata pazzesca dovete comprarlo e leggerlo TUTTI”.
Si tratta dell’ultimo di Luca Tarenzi, pubblicato da Gainsworth. L’autore ne ha parlato come di “un romanzo abbastanza breve” e “per ragazzi” e questo abbinamento di termini mi ha fatto propendere per l’acquisto in formato e-book. Cosa di cui mi sono pentita, perché questo è un libro che meritava assolutamente la versione cartacea (fra l’altro fighissima anch’essa, ma purtroppo l’ho vista troppo tardi).
Si chiama “Di metallo e stelle. L’apprendista di Leonardo” ed è un romanzo fantasy con ambientazione storica, per la precisione il Castello Sforzesco a Milano di Ludovico il Moro.
L’ho comprato perché mi piacciono i romanzi storici e le contaminazioni fra generi, perché Leonardo da Vinci è uno dei miei personaggi storici preferiti in assoluto e perché conosco e apprezzo Tarenzi come autore.

Ma la domanda era nell’aria. È possibile maneggiare un Leonardo da Vinci e dire ancora qualcosa di nuovo e interessante su di lui senza sporcarne il mito? E ancora, come sarà riuscita questa contaminazione storica al di fuori dell’Urban fantasy in cui di solito l’autore si muove?
La risposta è che Tarenzi ha vinto su tutti i fronti. Il lavoro che ha fatto su questi personaggi realmente vissuti, noti e meno noti, prendendoli e maneggiandoli con sicurezza e incredibile umanità, rende a mio parere questo il più bello fra i suoi libri, capace, in una scena in particolare, di farmi venire il magone come non mi succedeva da troppo tempo.

Avviso ai puntigliosi. È un romanzo fantasy, non un saggio, quindi lasciate il libro di storia sul suo scaffale e godetevi l’avventura, la vostra incredulità sospesa fino alle stelle vi ringrazierà.

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TRAMA

Milano, 1499. Il Castello Sforzesco è sotto assedio, fuori dall'esercito francese e dentro da un assassino che nessuno può vedere o fermare. La tranquilla esistenza di Giacomo, giovane apprendista di Leonardo da Vinci, viene all'improvviso sconvolta dai segreti blasfemi del suo maestro, che riportano alla luce enigmi, misteri alchemici, veleni e, soprattutto, presenze mostruose. Salvare la sua amata Cecilia dalle grinfie del Duca di Milano si trasforma in un'impresa quasi possibile di fronte alla folle missione che il caso pare avergli affidato: fermare una creatura che non dovrebbe esistere fuori dagli incubi, ma che sembra ben intenzionata a togliergli tutto ciò che ha importanza nella sua vita.

Autore: Luca Tarenzi
Titolo: Di metallo e stelle. L’apprendista di Leonardo
Casa editrice: Gainsworth
Prezzi: 3,99€ E-book, 18€ Cartaceo

DEFINITIVA Di metallo e stelle

 

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