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Ebbene sì, credete ai vostri occhi, la foto qui sopra non è frutto della magia del fotoritocco.
Per voi, amanti del voluttuoso odore della carta, del bisbigliante fruscio delle pagine, degli scaffali straripanti di volumi, da oggi Il Serpente di Fuoco è disponibile in versione cartacea.
Esce per la collana Convoy, sempre di Delos, e, neanche da dire, è bellissimo e noi ne siamo molto orgogliosi.

 

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Dopo la nostra intervista pubblicata da Monica (non l’avete ancora letta? Precipitatevi!) oggi iniziamo a proporvi le recensioni del blogtour Leggere Italiano.

Il primo romanzo finito fra le nostre grinfie è “1986”, di Giuseppe Ottomano. In fondo all’articolo troverete le regole del giveaway e il modulo da compilare per partecipare all’estrazione di una copia del libro gentilmente messa a disposizione dall’autore.

Prima di lasciarvi al mio commento sul libro mi sento di fare una premessa. Quando con Max decidemmo di occuparci anche di recensioni abbiamo stabilito una regola: di essere sempre sinceri con i nostri lettori. Quindi fra le nostre pagine non troverete stroncature gratuite e penalizzanti, ma neppure lodi sperticate per libri che non ci hanno convinto del tutto. Sappiamo quanto sia difficile scrivere un libro, ma sappiamo anche quanto possano essere utili i commenti costruttivi dei lettori, quindi abbiamo deciso di puntare sull’onestà.

Direi che mi sono dilungata fin troppo, quindi ciancio alle bande eccovi l’articolo.

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QUARTA DI COPERTINA: Una cospicua eredità permette a Tommy e Andrea, due giovani e simpatici cialtroni, di intraprendere un viaggio lungo l’Europa per coronare la propria passione: la caccia alle ragazze. Malgrado i ripetuti insuccessi, dovuti in parte all’inettitudine e in parte alla malasorte, non desisteranno mai dal loro proposito originario. Affronteranno così un viaggio trentennale senza meta, che si trasformerà in una sorte di “ricerca del Santo Graal” in chiave moderna e dissacrante. L’intera azione si svolge in un 1986 immutabile, in cui il contesto storico di ogni anno si ripete sistematicamente. In un romanzo sospeso tra la fantascienza e il grottesco, una ridicola coppia di aspiranti seduttori, che rimanda a “Il sorpasso” di Dino Risi, vive una serie di avventure sul filo del mistero dello scorrere del tempo.

Quando ho letto questo trafiletto la mia mente si è focalizzata su alcuni elementi creandosi un carico di aspettative: un racconto di viaggio, per me la promessa più allettante, un’interessante idea di fantascienza e, a rendere tutto più attraente, la promessa di due personaggi simpatici.
Distratta da quelle che sono le mie passioni in fatto di narrativa, purtroppo ho ignorato gli aggettivi che probabilmente definivano la vera natura di questo romanzo. Il risultato è che non sono entrata in sintonia con la storia.
Vado con ordine. In questo libro il viaggio c’è ma non si vede. I capitoli portano i nomi delle capitali, ma, a parte qualche citazione di nomi di strade o di locali (non ho verificato se esistono davvero), i due protagonisti si muovono in uno spazio non descritto. Potrebbero essere dovunque, ma l’impressione nella lettura è che si trovino sempre in una stanza vuota. O quasi.
L’idea del tempo che si ferma al 1986 è interessante, ma la teoria fantascientifica è stata appena abbozzata, con lacune logiche e una spiegazione affrettata e fumosa tutta ammucchiata nelle pagine finali.
Infine, purtroppo, temo per colpa delle mie aspettative sbagliate (dovevo dare più retta a quel “cialtroni”), non sono riuscita a simpatizzare con Tommy e Andrea, i due protagonisti. Mettiamola così: per spiegare trent’anni di scarsi successi in fatto di conquiste femminili io non avrei avuto bisogno di scomodare una teoria fantascientifica.

Però in fondo resta il 1986.
In quell’anno io c’ero, anche se ero solo una bambina, e i rimandi alle canzoni e agli avvenimenti che nel bene e nel male hanno fatto parte della mia infanzia mi hanno comunque divertita, regalandomi qualche sorriso malinconico.

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Autore: Giuseppe Ottomano
Titolo: 1986
Casa editrice: Leucotea Project
Prezzo: 16,90€ (cartaceo)

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Per partecipare al giveaway ci sono alcune semplici regole da seguire:

- Compilare il modulo qui sotto;
- Seguire i blog che parlano di questo libro (oltre a noi se ne occuperà anche Gioia di Carta e Penna);
- Seguire la pagina facebook dell'autore;
- Commentare tutti i post dedicati a 1986;
- lasciare un indirizzo mail e il vostro nome utente.

Per ottenere punti extra potete inoltre:
- Seguire tutti i blog che partecipano all'iniziativa Leggere Italiano (+10 punti), trovate la lista nel post precedente;
- Commentare un altro post a scelta del blogtour (+1). Per conoscerli tutti seguite l’evento su Facebook;
- Condividere il post (+2).

 

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Eccoci qui con una delle novità di settembre. A luglio abbiamo deciso di partecipare al blogtour organizzato da Giusy di Divoratori di libri che si intitola:

2wq73ig-jpgUn'iniziativa che coinvolgerà una trentina di blogger e altrettanti autori. Che cosa significa nella pratica? Che per le prossime tre settimane circa i blog elencati a fondo pagina pubblicheranno articoli che riguardano i libri degli autori che hanno partecipato all'iniziativa. Per parte nostra dato che MekbudaMebsuta si occupa anche di recensioni abbiamo deciso di aderire sia come blogger che, naturalmente, come autori, per cui ecco qui i nostri calendari:

Post di MekbudaMebsuta

18 settembre - recensione di "1986" di Giuseppe Ottomano

24 settembre - recensione di "Fedele alla linea" di Nicola Fermani

25 settembre - recensione di "La medusa" di Romina Casagrande

Post su "Il serpente di fuoco"

16 settembre - presentazione de "Il serpente di fuoco" con intervista a me e Sara da parte di Monica B del blog Il mondo di M

29 settembre - recensione de "Il serpente di fuoco" da parte di Valentina Bellettini del blog Universi Incantati

Se "Il serpente di fuoco"  vi solletica seguite e commentate i post che lo riguardano perché abbiamo messo in palio due copie in giveaway! (...copie? ...ho scritto copie?)

Mi raccomando seguite tutto il blogtour sulla pagina facebook dell'evento!

Ecco qui i blog che partecipano:

Lily's Bookmark
Il tempo dei libri
Poppies Derma
Universi Incantati
Sweety Reviews
Libera tra i libri
Palle di neve di co
Cronache di Betelgeuse
I miei magici mondi
Leggere tra le nuvole
Milioni di particelle
Libri di Cristallo
Libri d'Incanto
No books no life
Pagine a merenda
The Paradise of books
Il salotto del gatto librario
The book of writer
La lettrice sulle nuvole
Ikigai
Il mondo di M.
Woman at work
Bookish Brains
Camminando tra le pagine
Se solo sapessi dire
La biblioteca di Eleonora
Secret life of a Potterhead girl
The reading Pal
Rachel Sandman Author
Divoratori di Libri
Labirinti della mente
Melina
Cercatrice di storie
Una pausa di lettura
Carta e penna
I wanna be a fangirl 

 

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Oggi vi presentiamo uno dei due protagonisti del romanzo pubblicando una parte del primo capitolo vissuto dal suo punto di vista. I fatti qui narrati si svolgono un mese prima rispetto al capitolo cornice. Buona lettura!

DAMMAR

Un mese prima

Dammar infilò due dita nella piccola zucca svuotata, le trasse sporche di unguento e se lo spalmò sulle spalle e dietro al collo.
Dopo tanti anni la sua pelle aveva assorbito i pigmenti rossi dell’ocra e non ne avrebbe avuto davvero bisogno per proteggersi dal sole. Però quel gesto, lento e antico quanto il suo popolo, era parte integrante del rituale con cui iniziava ogni nuova giornata. Gli ricordava suo padre, da cui aveva imparato tutto, e guardare la pelle così brunita dall’impasto e dal sole lo rendeva orgoglioso, perché la resistenza al bacio di Vebrah faceva di lui uno dei migliori esploratori di Città del Sole.
Un cinguettio famigliare gli fece sollevare lo sguardo. Dal ramo scheletrico sotto cui si era accampato una piccola sentinella del miele lo fissava con i suoi occhietti neri. Dammar ripose la zucca in una bisaccia, coprì di terra le ultime braci del bivacco e fece sparire ogni traccia del suo passaggio. La sentinella lanciò il suo richiamo altre due volte prima che lui fosse pronto a seguirla.
Essere scelti da uno di quei piccoli volatili bruni era un privilegio, Dammar lo sapeva bene; la giornata non poteva iniziare sotto auspici migliori. Senza perderla mai d’occhio l’esploratore la seguì attraverso le prime propaggini della savana, dove un’erba rinsecchita prendeva il posto della sabbia ed era possibile godere dell’ombra di qualche impavido albero. Il piccolo volatile si posava a intervalli regolari e ricominciava a cantare, per sincerarsi di non perdere l’uomo che quel giorno gli avrebbe procurato il cibo.
Quando finalmente raggiunsero il tronco cavo in cui era nascosto l’alveare, il disco d’oro di Vebrah era già alto nel cielo e l’aria rovente si increspava davanti agli occhi di Dammar.
– Prendile nell’ora più luminosa, quando sono stordite dal caldo. Hai calcolato tutto per bene – mormorò alla volta della sentinella che si era posata sui rami di un cespuglio spinoso, lo sguardo puntato sull’obiettivo. L’uccello rispose con un breve fischio per incitarlo. – Vado, vado.
Dammar si avvicinò alla cavità da cui proveniva un pigro ronzio. Un’occhiata all’interno gli rivelò subito la posizione del miele e quella dell’alveo della regina. Con l’aiuto di un ramo staccò con delicatezza una parte del favo pieno di miele, alcune operaie si levarono in esplorazione e presero a volargli attorno, ma l’uomo mantenne il respiro regolare e proseguì la sua operazione con gesti lenti.
Con il favo stillante miele ben infilzato sulla punta del ramo, l’esploratore si allontanò camminando all’indietro fino a raggiungere il cespuglio su cui l’attendeva la sentinella. L’uccellino si alzò in volo e intercettò con beccate precise le ultime api che avevano inseguito Dammar fino a lì.
– Ecco. – L’uomo spezzò una porzione di favo e la posò a terra. – Come d’accordo questa è la tua parte di bottino. La sentinella gli rispose con un fischio e, dopo aver compiuto un breve volo attorno a Dammar, atterrò accanto al favo dorato posato a terra. Mentre l’uccello affondava il becco nella dolce refurtiva, l’uomo trasse di tasca un involto di foglie e le utilizzò per ricoprire il resto del miele, poi si leccò le dita per ripulirle e depose il pacchetto nella sacca che portava sulla schiena. – Bene, amico mio, è stato un piacere collaborare con te. Ricordati della mia generosità, la prossima volta che avrai voglia di miele.

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Raggiunse il villaggio al tramonto. Era una piccola comunità, formata da due famiglie di quattro generazioni ciascuna, il cui fulcro era rappresentato da due vecchie sorelle. I bambini come sempre furono i primi a vederlo e, cinguettanti come sentinelle del miele lo accompagnarono alle tende correndogli intorno, nudi e con la pelle scura impolverata di rosso. Dammar si avvicinò al fuoco al centro dello spiazzo dove erano sedute le due capostipiti.
– Nala, Nava, ben trovate – disse sedendosi di fronte a loro, pronunciando i due nomi accompagnati da un piccolo fischio e due schiocchi della lingua.
– Il suono delle tue parole sta diventando buono, Dammar–Occhi di cielo. Ti sei esercitato nel parlare la nostra lingua? – rispose Nala.
Le due donne erano pressoché identiche con piccoli occhi infossati e zigomi sporgenti. Entrambe avevano il collo ornato da file e file di collane colorate che ricadevano in massa sui petti ossuti.
– Gli uccelli sentinella sembrano apprezzarle più delle mie, uno di loro oggi mi ha condotto a un grosso nido di api. Vi ho portato il miele in dono.
Le due donne si scambiarono un’occhiata e i loro volti rugosi si raggrinzirono ancor più quando le bocche si aprirono in larghi sorrisi sdentati. – Dammar sa quanto noi vecchie senza denti apprezziamo il miele – rise Nala.
– Hai lasciato una parte del favo alla Sentinella? – lo ammonì Nava con sguardo serio.
– Sì, saggia madre. Ho rispettato il patto con la Sentinella del miele, come mi avete insegnato.
Il viso di Nava si distese. – Bravo, figliolo, così non dovrai temere la sua vendetta.
I bambini nel frattempo erano corsi ad avvertire i genitori e dopo pochi istanti altre persone uscirono dalle tende a forma di cupola e si unirono a loro. Una giovane donna dalla pelle liscia e dai piccoli seni nudi accompagnò un uomo curvo e zoppicante che volle sedere accanto a Dammar.
– Bentornato Dammar – lo salutò con voce chiara fissandolo con occhi velati.
– Grazie Kat Kat. Accomodatosi a terra il vecchio posò la piccola mano sul braccio di Dammar e lui gliela strinse con la sua, tanto più grande da ricoprirla.
Un’antilope era stata macellata e la carne sfrigolava sulle pietre immerse nelle braci chiazzandole di grasso sciolto. Quando le gocce raggiungevano la fiamma producevano un sibilo seguito da un piccolo schiocco. A Dammar vennero offerti dei tuberi cotti nelle braci, ancora roventi e coperti di fuliggine. – Sicuro di non voler mangiare la nostra carne, Occhi di cielo? – lo tentò Nala con sguardo malizioso, porgendogli un grosso boccone luccicante.
Dammar le sorrise di rimando e scosse la testa. – No, sai che le leggi della mia gente lo proibiscono.
– Le leggi della tua gente sono stupide – borbottò la fanciulla che aveva accompagnato Kat Kat al fuoco. Dammar la riconobbe solo in quel momento: il suo nome era Louta e l’ultima volta che era stato in visita al villaggio era ancora una ragazzina. Il sangue della carne le imbrattava il mento e le dita e la luce del falò creava arcani riflessi sul suo volto. Sollevando gli occhi neri e sfrontati sull’ospite, Louta rincarò con tono sprezzante. – La carne rende forti gli uomini e fertili le donne. E Kaggen ha creato gli orici e i gemsbock perché noi possiamo essere forti e fertili. Li ha creati per noi, per i leoni e per i leopardi, e per gli orici e le antilopi ha creato la savana, perché possano crescere e ingrassare per noi. Fa parte del cerchio.
Tutti i presenti annuirono. Kat Kat sorrise e invitò con un cenno del capo Dammar a replicare.
– Anche il popolo di Città del Sole mangia la carne per diventare forte e fertile – spiegò loro l’esploratore con tono paziente. – Però le nostre leggi dicono che non possiamo provocare la morte di nessun essere vivente, così aspettiamo che l’animale muoia da solo. Dopo possiamo mangiarlo.
Louta emise un verso di scherno. – Se mangiate solo animali morti di vecchiaia o di malattia i vostri figli nasceranno deboli e malati!
Dammar sentì una mano posarsi sul suo bicipite e dita ossute che lo stringevano, Nava gli stava tastando i muscoli. – Se tutti i Figli del Sole sono come lui, allora il loro dio splendente li protegge anche se mangiano carne dura e vecchia – sogghignò.
Tutti si misero a ridere, di quella risata pura e totale che Dammar aveva scoperto per la prima volta fra quei piccoli uomini. I Koikoi trovavano il lato buffo di ogni cosa e quando ridevano lo facevano con tutto il corpo: con la voce, con gli occhi, con le mani e con i piedi.
Alcuni uomini si alzarono e si affiancarono a Dammar con le braccia sollevate per confrontare i muscoli e le donne ne provavano la solidità con le mani emettendo giudizi con sguardi saputi. Quando al confronto si presentò un uomo secco come uno sterpo, sua moglie Fitjie lo schernì sollevando le braccia al cielo nella posizione della mantide, l’insetto con cui raffiguravano Kaggen, la dea della vita. – Ohi ohi! Ti prego Kat Kat, prepara subito una tisana di fiori di tontbos per rendere forte mio marito!
L’uomo non si risentì e, sollevando il piccolo quadrato di pelle che gli copriva le parti intime iniziò a rincorrere la moglie. – È più importante il braccio che semina figli di quello che scaglia la lancia! Fitjie prese a fuggire attorno al fuoco lanciando strilli divertiti.

continua...

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Con l'arrivo di settembre riprendiamo le fila del blog, con una recensione del libro di "Dopo cinquecento anni" di Valentina Capaldi pubblicato da Watson. Per quanto riguarda le "grosse novità" annunciate nel post precedente invece vi chiediamo di resistere alla curiosità ancora qualche giorno!

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Trama: Inghilterra 1509 il demone Rakgat viene tramutato in umano da un gruppo di streghe.  Gli rimangono occhi inquietanti, forza eccezionale e immortalità. Le stesse streghe hanno trasformato in nano l’umano Tighe, rendendo anch’esso immortale. Rakgat ha scarsa dimestichezza con il mondo degli umani perciò accetta di stringere con Tighe un patto di sangue che li porterà alla ricerca di una soluzione per entrambi. Rakgat un idea ce l’ha: deve trovare il demone Guardiano, colui che ha la chiave per la porta degli inferi, ma prima ha bisogno di scoprire chi è e dove si trova. A Parigi interpellando Coemgen, un demone che vive da molti anni sulla terra dove conduce una bottega di sarto, scoprono che il guardiano è Tarb, un acerrimo nemico di Rakgat: tornare negli inferi rischia di non essere cosa facile.

Dopo cinquecento anni è un’avventura lineare, scritta con un linguaggio semplice ma efficace, con un narrato veloce che va al sodo senza perdersi in troppe descrizioni. Soprattutto è un libro divertente le cui cifre generali sono innanzitutto leggerezza e ironia, per cui consiglio di astenersi a tutti coloro che sono in cerca di oscuri demoni romantici: qui siamo più dalle parti del picaresco, i conti si regolano a suon di mazzate, con la giusta dose di cinismo e scorrettezza che ci si aspetta da una creatura demoniaca.

Rispetto alle due macro partizioni del libro ho preferito la prima ambientata nel 1509 alla seconda ambientata ai giorni nostri. Se la prima ha il respiro arioso di un’avventura che ci porta in giro per mezzo mondo, la seconda, nettamente più breve, si incarica non solo di portare il romanzo a risoluzione, ma anche di descriverci l’intero arco del protagonista attraverso l’introduzione di due personaggi nuovi piuttosto importanti che però, compressi in poche pagine, finiscono per essere un po’ stereotipati. Niente di grave, comunque sia: il libro regge lo stesso bene fino all’ultima pagina.

Bella la copertina e buono l’editing (ho intercettato solo un paio di refusi) e un applauso anche per il prezzo popolare praticato dalla casa editrice.

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Autore: Valentina Capaldi

Titolo: Dopo cinquecento anni

Casa editrice: Watson

Prezzo: 10€

 

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Agosto, nell'altro emisfero lo chiamano inverno (cit. Perturbazione).
Tutto rallenta, con le ultime energie residue si agganciano le agognate ferie, si ricaricano le batterie e si fanno progetti per l'autunno.
Noi in realtà abbiamo iniziato per tempo  e almeno in parte li abbiamo già fatti, per cui vi possiamo lasciare con una sibillina anticipazione: sul fronte del Serpente di Fuoco si preparano grosse novità.

Buon agosto a tutti!

 

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Oggi voglio allietarvi la giornata con una bella recensione tripla. Ce l'avevo in caldo già da un po', ma non riuscivo a trovare il tempo materiale per pubblicarla: l'oggetto della recensione è la trilogia dell'area X di Jeff Vandermeer uscita per Einaudi nel 2015.

Trama: da venti anni circa una zona costiera, nei paraggi di un faro è inaccessibile all’umanità. La versione ufficiale parla di un disastro ecologico, la realtà del formarsi di un’anomalia che potrebbe avere qualcosa a che fare con un’invasione aliena. Per tutto questo tempo un’agenzia governativa con sede ai margini dell’area che è blindata da una barriera invisibile che distorce lo spazio/tempo tranne che per un esiguo pertugio, ha cercato di scoprire qualcosa di più mandando scienziati e militari in spedizione al suo interno. Pochi tra loro sono tornati, e di norma sono così cambiati da non sembrare più loro.

Annientamento Annientamento il primo dei tre libri si svolge tutto all’interno dell’area, dove una spedizione di quattro donne di cui non conosciamo il nome ma soltanto il ruolo (la biologa, l’antropologa, etc.) si  preparar a scendere in un bunker dove una scala a chiocciola scende nelle profondità della terra e su un muro uno strano vegetale riproduce la forma di un sermone folle e incomprensibile. E’ un inizio folgorante, dal fascino arcano che riempie di sconcerto. Ed è questo senso di alienità che porta avanti tutto il primo, per certi versi perfetto, libro della trilogia. Cento ottanta pagine di puro mistero, che ci lascia alla fine con all’incirca le stesse domande che ci ponevamo all’inizio. Ma data la storia è naturale, e poi ci sono altri due libri per chiarire.

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autoritaAutorità il secondo dei tre libri la prende più larga, siamo fuori dall’area X nell’agenzia che si occupa di studiare il fenomeno. Scopriamola donna che guidava la spedizione del primo libro, guidava anche l’agenzia. L’interim della direzione viene affidato a un esterno che nel passato si è distinto per il suo scarso rendimento. L’agenzia è di fatti fatiscente, un cimitero degli elefanti bianchi in cui nessuno investe più perché è un progetto che non pare dare alcun frutto. Vi aleggia un umanità residuale, spesso sul confine labile tra follia e sanità mentale. Cominciamo anche a sapere qualcosa di più sul passato dell’area X e forse a farci un prima idea di quello che possa essere accaduto. Il libro è cento pagine più lungo del primo, più lento, il mistero si diluisce nel profilo di personaggi (specie il protagonista) onestamente meno interessanti. Alla fine qualcosa si mette in moto, ma la noia ha già avuto il sopravvento. Comincio a sospettare la bufala.

tre

accettazioneAccettazione, l’ultimo libro della serie viaggia su piani temporali diversi e paralleli: presente, passato prossimo e passato remoto dell’area X si inseguono alla ricerca di una spiegazione, di una rivelazione che è sempre una pagina più avanti di noi.  La scrittura è, come per tutti e tre i libri, piacevole per la maggior parte ma malevolmente infestata di metafore stucchevoli. Nel complesso l’opera regge a fatica le sue 300 pagine e si sfilaccia, si sfalda sotto il peso della sua sovrabbondanza.  Qualcuno afferma che l’area X sia una metafora degli “insondabili abissi della mente”, qualcun altro ci vede “il nebuloso territorio della relazione tra un uomo e una donna”. Vandermeer per parte sua si guarda bene dallo spiegarci di cosa stava parlando. E tutto sommato è meglio così, perché alla fine è chiaro che l’unico finale che può spiegare qualcosa ha quell’andare metafisico che a chiusa di storia a cui la casa editrice ha cancellato dalla copertina l’etichetta “fantascienza” per non spaventare i lettori (ma che comunque quello è) lascia quasi sempre l’amaro in bocca.

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Autore: Jeff Vandermeer
Titoli: Annientamento, Autorità, Accettazione
Casa editrice: Einaudi
Prezzi: 16€, 17€, 17€

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E’ giunto il momento di presentarvi gli scritti di Murgo. Anzi forse abbiamo indugiato anche troppo dato che da lui prendono il nome la serie di storie (non ci stanchiamo di specificarlo: autoconclusive) di cui fa parte il Serpente di Fuoco. Per sapere chi è Murgo vi rimandiamo alla sezione omonima, in questo contesto basta sapere che si tratta di un viaggiatore che ha visitato Città del Sole e ha trascritto i suoi appunti e le sue impressioni nelle pagine di un diario.

Ciò detto, ci tenevamo a rinnovare il nostro ringraziamento a Stefano Paolini che oltre ad aver lavorato sulla copertina ha messo a disposizione le immagini della Namibia pubblicate fin qui nei post relativi a “Il serpente di Fuoco”.

E ora… buona lettura!

Dalle "Cronache di Murgo il Ramingo"

Il popolo di Città del Sole è così peculiare che non mi è mai capitato di incappare in un altro altrettanto stravagante. Essi vivono nel deserto in un isolamento così completo da non concepire quasi la possibilità di ricevere la visita di uno straniero. E in effetti il deserto si sussegue per molte decine di leghe intorno alla loro città senza un’oasi o una sorgente.

Contrariamente ai rari abitanti che vivono ai margini del deserto, gli abitanti della Città del Sole sono di carnagione chiara, per quanto costantemente arrossata da un sole intollerabile, e il colore dei loro capelli va da un castano chiaro a un biondo quasi bianco: il che lascia pensare che il deserto non sia il loro luogo d’origine.

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L’indole degli abitanti di Città del Sole è del tutto pacifica dal momento che la loro società è basata su un radicale rifiuto della violenza. Essi imparano infatti fin da bambini a ripudiare e temere persino il sentimento di rabbia, in quanto lo ritengono all’origine del piano inclinato che conduce all’aggressività e alla prevaricazione.

La loro società è per lo più basata sull’agricoltura ed è fortemente paritaria, tanto che l’uso della moneta è sconosciuto. Oltre ai contadini e agli allevatori, infatti, non vi sono che un pugno di artigiani il cui lavoro è comprato per baratto. Una categoria a parte sono gli esploratori, gli unici ad allontanarsi mai in maniera rilevante dalla città.

Nel Palazzo del Sole vive infine il Re con la sua famiglia, insieme a una scarna servitù e a poche altre figure di rilievo: un sacerdote e un capo costruttore, che loro chiamano Magistrato alle Acque, e i loro apprendisti. Né il Re né la sua famiglia escono mai dal Palazzo, inoltre, cosa a mio avviso sommamente inconsueta, essi non paiono avere nessuna reale facoltà di comando. Il ruolo del Re è in sostanza quello di un medico a cui i cittadini si rivolgono, però solo per curare le malattie più gravi, mentre per i malanni più lievi essi sono aiutati da popolani esperti nell’uso delle erbe chiamati speziali.

A dispetto del loro isolamento, gli abitanti di Città del Sole sono intellettualmente assai progrediti nonché benedetti da una rara inclinazione alla razionalità. Conoscono la scrittura e la matematica, tutti i bambini ricevono un’istruzione, e i più brillanti possono scegliere di divenire apprendisti artigiani e sacerdoti. Le uniche cariche strettamente dinastiche, passanti per linea di primogenitura sia maschile che femminile, sono il Re e il Magistrato alle Acque.

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A Maggio dell’anno scorso ho ricevuto una e-mail da parte di Donato Altomare, presidente dell’associazione World SF Italia, che mi invitava a prendere parte a un progetto antologico tutto al femminile. Onorata per la convocazione ovviamente ho risposto di sì, anche perché l’antologia aveva come tema un argomento importante, un tema a cui è stato affibbiato un nome odioso: il femminicidio.
Perché è odioso dover specificare che si tratta di vittime donne, come se non fossero prima di tutto esseri umani uccisi.

Questa differenziazione fra esseri umani maschi ed esseri umani femmine, che a mio parere è il vero cuore della piaga, mi ha riportato alla mente i racconti che sentivo da piccola, quando si diceva che in alcuni paesi dove la legge permetteva alle coppie di avere un solo figlio, le bambine appena nate non venivano riconosciute e registrate: venivano abbandonate, nella peggiore delle ipotesi uccise, annegate come si faceva con i gattini quando nei cortili dei nostri nonni le colonie feline si facevano troppo affollate. Perché avere un figlio maschio era molto meglio che avere una figlia femmina.
Fra parentesi, anche la cosa dei gattini a me ha sempre fatto venire i brividi.

Da questa riflessione è nato il mio racconto, “L’isola senza sorelle”, in cui ho voluto cimentarmi con la fantascienza, perché è il genere di letteratura che ci parla del nostro possibile futuro, e che ci mette in guardia da esso.

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Titolo: Rosa sangue

Curatori: Donato Altomare e Loredana Pietrafesa

Autrici: Marina Alberghini, Anna Maria Bonavoglia, Sara Bosi, Denise Bresci, Mariangela Cerrino, Adriana Comaschi, Elena Di Fazio, Irene Drago, Francesca Garello, Claudia Graziani, Annarita Guarnieri, Annarita Petrino, Loredana Pietrafesa, Monica Serra, Luigina Sgarro, Giusy Tolve, Nicoletta Vallorani e Ida Vinella.

Editore: Altrimedia

Prezzo: € 20,00

 

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Oggi aggiungo una tacca alle mie pubblicazioni. Il racconto “L’ombra dei migratori” è stato selezionato per il numero 19 della rivista “Insolito e fantastico” dedicata al genere Gotico. Il numero è già disponibile da alcune settimane, per la verità, e il mio racconto è pubblicato sotto lo pseudonimo inconsapevole di Massimo Prandini (nel senso che si sono sbagliati a scrivere il mio nome...).
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Il racconto è ambientato a Modena, in particolare nell’ossario di San Cataldo, una costruzione di qualche celebrità progettata dall’architetto Aldo Rossi. Nel mio racconto il guardiano del cimitero accetta di condurre un uomo molto basso e nerovestito a visitare la costruzione nottetempo, quando nei paraggi dell’ossario si manifesta la presenza di qualcosa di altro rispetto al nostro mondo. Ma non aspettatevi vampiri, fantasmi o simili creature del gotico classico. Altro per me è altro.  Qualcosa di poco comprensibile, che ha a che fare con lo spazio ma nulla a che fare con gli alieni: un’entità collettiva che potremmo iscrivere tra gli ipotetici dei minori del pantheon lovecraftiano. Questo solo per farsi un’idea, dato che in realtà non ha nessuna relazione col suddetto, anzi in verità vorrebbe essere  l’atto fondativo di un pantheon tutto mio.

IMG_1745Il racconto dovrebbe fare parte di una nuova raccolta che ha come titolo provvisorio “L’inconoscibile”, che sarà però molto diversa da “Bestiario stravagante” il quale riuniva racconti brevi, a volte più divertenti che orrorifici e senza un filo conduttore preciso.  Qui il filo conduttore è unico, serio e molto più ambizioso: una specie di mitologia personale. Una mitologia dei margini, del “punto morto del mondo”, dell’ “anello che non tiene”. I racconti previsti al momento solo 6. Questo è pronto, un secondo quasi, il terzo è scritto ma da riscrivere, uno lo sto scrivendo ora mentre il quinto e il sesto sono ancora solo nella mia testa. Potreste pensare che sono a buon punto ma il problema è che gli ultimi due sono i più lunghi e difficili, per cui visti tutti gli altri impegni della mia vita mi sono dato l’obiettivo di concludere la raccolta entro la metà del 2017.
I fatti poi si occuperanno di certificare che già questo obiettivo in realtà è troppo ambizioso... e comunque a quel punto va trovato qualcuno che abbia la buona volontà di pubblicarla!

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