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E rieccoci qui, arriva settembre e come predetto il blog riapre. In attesa delle novità dell'autunno cominciamo con una recensione. La mia estate è stata segnata da due letture fantascientifiche a sfondo politico. Due distopie, insomma. O meglio, una distopia (questa) e una “utopia ambigua” secondo la definizione della stessa autrice Ursula Le Guin che aveva intitolato il testo distribuito in Italia come “I reietti dell’altro pianeta”, “The dispossessed – an ambiguous utopya”. Del libro della Le Guin parlerò nel mio prossimo post, oggi invece vi racconterò di questo “Il racconto dell’Ancella”, da cui è stata recentemente tratta una serie televisiva che andrà in onda a partire da fine settembre anche in Italia.

 

Trama: Nel tardo 900 - o nei primi anni del 2000, comunque non molti anni dopo gli anni in cui scrive l’autrice, ossia il 1985 – gli Stati Uniti sono governati da una teocrazia fondamentalista cristiana chiamata Galaad. Uno stato totalitario rigidamente suddiviso in caste: Comandanti, Angeli, Custodi, Mogli, Zie, Marte, Ancelle – per citare le principali. In particolare un’Ancella è una donna in età fertile assegnata come concubina a un comandante allo scopo di generare un erede, quando la Moglie non è in grado di farlo. La situazione è piuttosto frequente dato il tasso di sterilità che ha raggiunto la popolazione mondiale, tanto che quasi ogni Comandante ha un’Ancella. La protagonista, che ha perso il suo nome ed è diventata Difred (ossia l’Ancella del Comandante Fred), viene trasferita nella sua nuova casa, dove incontra l’ostilità sia della Moglie del Comandante Serena Joy, sia delle Marte (in sostanza donne di servizio) Rita e Cora. Al mattino va a fare la spesa in coppia con un’altra Ancella denominata Diglen. Assiste al parto dell’Ancella Diwarren, viene visitata dai medici, gioca a Scarabeo con il suo Comandante, ricorda la sua vita passata. Da qualche parte c’è una resistenza. Forse.


Commento: Come in molte distopie (su tutte “1984”), è difficile riconoscere uno sviluppo narrativo nel senso più classico e la maggior parte della narrazione è tesa a descrivere situazioni che consentono di approfondire le peculiarità dello stato totalitario e della sua struttura sociale attraverso i riflessi che queste hanno nella vita dei protagonisti. Questa distopia, in particolare, è rivolta ad approfondire lo stato di oppressione in cui versa la figura femminile. Lo stato di Galaad mi ha ricordato per certi versi l’Afghanistan dei Talebani e per altri la Cambogia di Pol Pot, con il suo desiderio di cancellare la cultura nel tentativo di creare un mondo nuovo: c’è una selva di divieti e regole a cui la vita solitaria di Difred si deve conformare ma quella forse più emblematica è che alle donne è vietato leggere. Ora, descritto così potrebbe sembrare un libro arido e didascalico, ma in realtà il racconto in prima persona e una penna dalle ottime qualità, rende le sue situazioni molto vivide e realistiche, condite da alcune perle di puro grottesco, inquietante come solo la perversione di quel che è ragionevole può essere. Magistrale in questo senso è l’amplesso rituale a tre tra Comandante, Moglie e Ancella giustificato da un riferimento biblico. Un libro che vorrei consigliare soprattutto alle donne, e tra esse più di tutte coloro le quali hanno ridotto il pensiero femminista - un’ideale nobile pur alle volte magari con qualche eccesso - ad una burletta da schermaglie dei sessi e che ancora, in ultima analisi, definiscono sé stesse attraverso il loro ruolo di madri o di mogli.

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Ho comprato questo libro alla Miskatonic alla presentazione di Strane Visioni, il libro che raccoglie il meglio delle prime tre annate del premio Hypnos – la cui quarta edizione ha espresso giusto in questi giorni i suoi finalisti. Ho scoperto lì che anche Hypnos, un po’ come Vincent, ha messo in cantiere una collana di novelle, chiamata Visioni. In quel momento ne erano state pubblicate due (direi che stesse uscendo il terzo volume) adesso siamo a cinque e io li vorrei tanto comprarle e leggerle tutte, esattamente come quelle della Vincent, ma ci ho messo sei mesi solo a leggerne una per cui è meglio che io mi contenga!

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La copertina del libro

Cosa dire quindi di questo Lovecraft Museum? Il “prodotto libro” è ottimo. Dalla carta, alla grafica, alla traduzione all’editing e in effetti non mi aspettavo nulla di meno da questo punti di vista. E il testo? Il testo è interessante, affascinante, ben scritto, piacevole da leggere. Ma non posso negare di averlo trovato un po’ troppo criptico e per certi versi irrisolto. O mi è sfuggito qualcosa, o manco dei riferimenti giusti (o non li ho colti) perché sebbene io ami anche i finali aperti, se me li si vende bene, mi è rimasto comunque sul fondo dello stomaco un retrogusto di spiegazione non data.
C’è un uomo che vive in una casa nei pressi di un parco tra i cui resti si trovano rovine esoteriche. L’uomo ha una moglie, che muore di malattia, e un figlio dai comportamenti alquanto anomali grande amante di quel parco di fronte a casa in cui l’uomo non mette mai piede. L’uomo potrebbe essere schizofrenico o avere una sorta di sindrome di Asperger e i mondo fuori dalla sua casa lo spaventa molto, ciò nonostante dopo la morte della moglie porta il figlio in un viaggio in Inghilterra e lì lo perde. Forse è lui a scappare o forse lo rapiscono, fatto sta che il ragazzo sparisce nel nulla. L’uomo ha una passione per Lovecraft che condivide con un amico di penna inglese, il quale qualche anno dopo la scomparsa del figlio lo invita a Londra a visitare l’appena nato Lovecraft museum.

SteveRasnicTem
Steve Rasnic Tem

Londra è tappezzata di pubblicità in cui bambini non proprio felici coccolano animali mai visti e dalle forme bizzarre… e a tutti sembra cosa normale. Forse è solo una moda del momento, forse allucinazioni dell’uomo, più probabilmente l’inizio di un’invasione. L’amico di penna inglese di persona si rivela freddo, scostante, sfuggente: forse è lui che ha rapito il figlio dell’uomo molti anni prima, e infatti all’uomo pare di vederlo al fianco dell’amico mentre lo seminano lungo le stanze di un museo che pare un ipercubo che proietta su dimensioni differenti. O forse anche questa è solo una visione dovuta a un mix tra lo stato mentale alterato dell’uomo e del suo ossessionante senso di colpa per quel figlio perduto. Quel che è certo è che il poliziotto che lo interroga, in un saltabeccare tra presente e passato - dai contorni mal definiti dal punto di vista della scrittura, a mio parere unico neo stilistico del testo - non sembra affatto più sano di lui.
E quindi? Mah! Nel complesso io per questo testo ho provato soltanto una fascinazione fredda e formale che non è stata in grado di inquietarmi nè di toccarmi un po' più in profondità.

tremezzo

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Come sempre senza troppo anticipo – l’ultimo giorno utile per rispettare la tabella di marcia… – eccoci a proporvi la nuova recensione del progetto Fantastico Italiano: questa volta tocca al fantasy “Ombra e magia” romanzo d’esordio di Barbara Poscolieri, uscito per la casa editrice GDS nel 2013. Sull’autrice aggiungo che negli anni successivi Barbara ha pubblicato vari racconti in antologie tra cui “Il boia di Roma” vincitore del premio Creep Advisor ed è da poco uscita per le Edizioni Dunwich con un nuovo romanzo intitolato “Crash”.

Ombra_e_magia Trama: Ariendil dopo aver vissuto alcuni anni ad Iridis, città degli Elfi, dismette i panni della cantastorie per tornare ad essere un Cavaliere delle Ombre. Qualcosa la richiama alla sua Accademia così parte per un viaggio di ritorno, accompagnata - contro la sua volontà - dalla migliore amica Earmir. Sulla sua strada incontrerà l’elfo scuro Christian che tenterà di starle vicino, ma i demoni che la tormentano paiono invincibili. Alle porte dell’Accademia ritroverà “Lui” che le prometterà sollievo dal suo dolore se lei diventerà lo strumento per conquistare le terre degli uomini e degli elfi.

Commento: un testo con luci ed ombre questo di Barbara Poscolieri. Certamente buono è lo stile: scorrevole, appropriato, mai pesante, mai eccessivo. All’interno di questo metto anche l’editing: non ho intercettato nemmeno un refuso, e a parte qualche frase finita con tre punti interrogativi e una cunetta scambiata per un dosso - a livello di significato - devo dire che da questo punto di vista il lavoro fatto è davvero molto buono. Questo rende la lettura fluida e piacevole anche quando l’impianto narrativo mostra qualche difetto.

Buono il tema, l’eroina in disarmo richiamata in servizio dalle circostanze e costantemente in bilico tra il bene e il male ha delle frecce nel suo arco, così come ho trovato buone alcune idee che arricchiscono il quadro: mi sono piaciute sia la Doppia Lama sia il modo in cui viene descritto il Mondo delle Ombre. E anche la trama, per quanto non eccessivamente originale e sviluppata in qualche punto in maniera un po’ frettolosa, segna qualche punto a favore.

Di contro però c’è da dire che la storia è portata avanti per la maggior parte dai dolori della protagonista i cui tormenti interiori, se sono da un lato descritti con eccessiva dovizia di particolari dall’altro sono scarsamente motivati.

E qui mi tocca fare una digressione: io non amo le storie di tormento interiore, e questo mi preclude ab origine di apprezzare a pieno una storia condotta in questi termini, ho però cercato di stare il più possibile al gioco e conservare uno sguardo equidistante.

Tormenti interiori dicevamo. C’è un amore andato male a motivarli nel passato di Ariendil, ma inutile sperare che ciò ci venga circostanziato: non sapremo mai di chi si trattava o che cosa sia andato così storto da spingerla al male per far tacere il dolore. E questo dal mio punto di vista è certamente un difetto, perché soprattutto sulla forza di questo trascorso ci si giocava la credibilità delle sue conseguenze e l’autrice avrebbe dovuto accettare la sfida di raccontarcelo.

A ricasco l’eccessiva focalizzazione sull’interiorità della protagonista schiaccia altri aspetti del romanzo che sarebbe stato importante sviluppare meglio: innanzitutto i personaggi, che a volte sembrano esistere solo in funzione della loro relazione con Ariendil e pertanto, con la sola eccezione di Earmir, vengono gettati in scena - e ne escono - quando servono lasciando dietro di loro una scia di irrisolti: Christian, Eyghen, Aylin (spero di averli scritti bene…) sono emblematici da questo punto di vista.

crash-barbara-poscolieri-e1490553859594Lo stesso dicasi per l’ambientazione che è fin troppo scarna: di quel che non ha nome nulla si può dire e pertanto le Terre senza Nome – per esempio - non hanno una geografia, né una storia, né un abbozzo di struttura sociale: al massimo un porto, una locanda e dei generici “Re”. Ovviamente sotto questo aspetto non ritengo necessario strafare – anzi trovo che un eccesso di descrizioni sconfini presto nell'infodump e diventi quindi rapidamente negativo – ma un po’ di wolrdbuilding in più in questo caso sarebbe stato il benvenuto.

Per concludere sufficienza piena invece al finale che ha il respiro giusto e chiude correttamente l’arco della protagonista.

Insomma come dicevo, una prova in chiaroscuro, a cui non manca cuore ma piuttosto semmai un po’ di mestiere – ma questo libro ha già qualche anno e sono convinto che Crash, che viene pubblicato da Dunwich come vincitore di un concorso, avrà già evitato la maggior parte di queste trappole – e che consiglierei magari a un pubblico giovane.

dueemezzo

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E così, eccoci alla prima recensione del progetto “Fantastico italiano”. E devo dire che abbiamo fatto bene a prenderci il nostro tempo visto che ci arriviamo di giustezza alla fine di febbraio.  Dunque eccoci qua, “la terza Memoria” di Maico Morellini, già vincitore del Premio Urania nel 2010 con “Il re nero”, creatore della serie “I necronauti” pubblicata con Delos e di recente uscito per Vincent con il corto “Spettri di ghiaccio”.
coverTrama: in un’Italia post Apocalittica in cui gli ultimi depositari della scrittura sono in grado di governare gli elementi grazie al Verbo, cui attingono scrivendo parole con il sangue delle proprie carotidi, l’ordine è mantenuto da un consiglio formato da cinque persone, la Voce e quattro Consiglieri, due uomini e due donne insediati in Vaticano. Al nord però una minaccia increspa il tessuto del Verbo: il consigliere Beteah, il Beneditore Aarlon e tre militi sono incaricati di indagare. La Voce ha inoltre deciso che è giunto il tempo di stanare dalla loro Torre l’Ordine dei Numeri che, grazie ai loro simboli matematici, hanno contribuito in maniera determinante a ricostruire gli edifici di Roma e delle aree circostanti, ma stanno acquisendo troppo potere e troppa indipendenza.

Commento: L’idea di fondo del libro – vi è un gruppo di persone che governano gli elementi scrivendo con il proprio sangue - è buona ed è sviluppata in maniera interessante e molto articolata: le persone che hanno questo potere sono selezionate ed educate e costituiscono il vertice della piramide sociale, ma alla loro ombra si sviluppano poteri complementari (i Beneditori che “rimuovono le scritte”) e contropoteri (i Numeri, in parte alleati collaboratori, e in parte antagonisti) - la stessa ritualizzazione dell’utilizzo del Verbo attraverso, Regola, Legge e Fato è molto ben descritta. Questo solo per fare qualche esempio.

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La Torre dei Numeri immaginata da Stefano Sironi

Per quanto riguarda lo sviluppo narrativo invece, come già si può intuire dalle poche parole di trama che ho descritto che in realtà ne rivelano appena il calcio d’inizio, la Terza Memoria ha uno sviluppo corale: fin dalle prime pagine si biforca in due tronconi indipendenti e di uguale importanza, che hanno sì vasi comunicanti (per la verità abbastanza esili), ma che procederanno sostanzialmente paralleli per tutta la durata del romanzo. Non c’è un vero protagonista ma molti coprotagonisti che hanno più o meno lo stesso rilievo, e il libro sviluppa un caleidoscopio di punti di vista diversi tanto da richiamare nella struttura più certe serie televisive (alla “Il trono di spade”, per intenderci) che un libro.
Per quanto riguarda i personaggi, sebbene siano tanti non mi è mai capitato di confonderli il ché significa che sono sufficientemente ben descritti. D’altro canto, sebbene alcuni li abbia trovati ben riusciti, devo dire che per nessuno di loro ho provato grande empatia, e questo forse è il limite peggiore del libro, tanto che in alcuni punti ho un po’ provato un po’ di “affaticamento” nel proseguire la lettura.
Buono lo stile, di quelli che se da un lato non sono troppo poveri al contempo non si piacciono troppo e, al servizio della storia, tendono a sparire per la maggior parte del tempo un po’ sullo sfondo senza farsi notare, la qual cosa è un po’ l’obiettivo che spesso (non sempre) mi pongo anch’io quando scrivo. L’unica cosa che vorrei chiedere a Maico è di mettere un ban perpetuo sulla parola “scattoso” che sarà pure corretto, ma non si può sentire.
Da ultimo il finale: corretto benché non eccessivamente brillante. Diciamo che la soluzione offerta è più o meno quella che mi aspettavo, anche in considerazione del fatto che una storia che potrebbe essere un fantasy per tutto il romanzo viene in realtà inclusa in una collana di fantascienza.

quattro

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Il mio rapporto con il cinema negli ultimi anni è stato piuttosto bizzarro. Intendo il cinema proprio come luogo fisico, il “cinematografo” si sarebbe detto un tempo. Funziona così: per mesi e mesi mi dimentico della sua esistenza, poi di colpo ci vado tre volte in una settimana. Sembra il rifiorire di un grande amore, poi di nuovo me ne dimentico e passo altri mesi, a volte anche un anno intero, senza andarci nemmeno una volta. E così, tutto è cominciato sabato scorso: volevo andare a vedere Arrival, siamo partiti senza prenotare, non c’era posto e quindi abbiamo ripiegato su Split, ripromettendoci di prenotare per il sabato successivo (questo). Poi, dato che il nostro livello di attenzione sul cinema si era alzato, abbiamo intercettato il quarantennale di Suspiria negli UciCinema e quindi mercoledì siamo andati addirittura a Bologna. E così ora eccomi qui con ben tre spunti di fantastico di cui parlare, motivo per cui non posso esimermi di farci un post sul blog.

Split

Di M. Night Shyamalan. Con James McAvoy, Anya Taylor-Joy

New-Split-Cover-690x1024Trama: Kevin Wendell Crumb ha ventitré personalità, di norma il comando ce l’ha Berry di animo tranquillo e artistoide, ma d’improvviso lo prende Dennis maniaco del controllo che rapisce tre adolescenti e le segrega in un sotterraneo in attesa dell’emersione di una ventiquattresima, bestiale, personalità.
Commento: al pari di tutti i film di Shyamalan che ho visto, anche Split è un film che ha delle qualità: un’idea originale e una poetica riconoscibile sia dal punto di vista scenografico che dello sviluppo narrativo. A volte la magia riesce molto bene, a volte discretamente, a volte così così. Questa volta ci troviamo nel range del “discretamente”. La logica interna tiene, per quanto io sia abbastanza disturbato dal tentativo di dare una dignità di teoria pseudo-biologica a uno spunto che è essenzialmente antiscientifico, e si cerca di ristrutturare e ibridare alcuni temi che negli anni sono diventati un po’ degli stereotipi: “rapimento in stanza chiusa e isolata” e “villain dalle molte (sempre inutilmente crescenti, peraltro…) personalità”. Io però nonostante il tentativo di aggiornamento continuo a percepirli come stereotipi: un po’ che come quando dopo l’uscita di Memento hanno fatto tre o quattro film in cui il protagonista aveva perso la memoria a lungo termine. Purtroppo ci sono spunti riciclabili quasi all’infinito mentre altri, che risultano molto buoni la prima volta, quando si tenta di sfruttarli una seconda ti accorgi che già non se ne può più.

tremezzo

Suspiria

Di Dario Argento. Con Jessica Harper e Stefania Casini

suspiriaposter_625_900Trama: Susy Benner arriva in una notte buia e tempestosa alla celebre Tanz Academy, accademia di danza classica di Friburgo. Una ragazza sta fuggendo dalla porta e il giorno successivo viene trovata morta. Preso alloggio nell’edificio dell’accademia presto si accorge che su di essa si addensano misteri.
Commento: L’operazione è strettamente cinefila ma di una certa efficacia. La cosa migliore di Suspiria è l’ambientazione per cui avere l’opportunità di vederlo al cinema tirato a lucido è stata un’ottima occasione per i suoi estimatori. Poi insomma, Suspiria è il paradigma perfetto dei film di Dario Argento, che sono ostinatamente quelli che sono: atmosfere straordinarie, storie elementari, dialoghi pedestri. Prendere o lasciare.

quattro

Arrival

Di Denis Villeneuve. Con Amy Adams, Jeremy Renner e Forest Whitaker

arrival-poster-russiaTrama: Dodici astronavi compaiono in dodici diverse parti del globo, a pochi metri da terra. Ogni diciotto ore in ciascuna si apre un portello e resta aperto per due, consentendo un contatto con le creature extraterrestri. Le diverse nazioni coinvolte organizzano team, sotto la guida dei militari, per cercare di comunicare con loro: negli Stati Uniti il compito è nelle mani della linguista Louise Banks e del fisico teorico Ian Donnelly.
Commento: Prima dicevo di come certi spunti siano riciclabili all’infinito continuando a creare buone storie. Non saprei dire perché, forse perché sono spunti aperti ad un maggior numero di sviluppi o perché sono or  mai così radicati nella nostra cultura di massa che lo stereotipo è diventato archetipo (…ahò, ma chemminchia sto addì?). Comunque Arrival già dal titolo si iscrive al filone “Arrivano gli alieni e…”, non di meno è un film di gran classe, sia dal punto di vista visivo - magnifiche le astronavi, gli alieni e lo sviluppo grafico della loro scrittura – che narrativo – niente urla, esplosioni, raggi laser e via trashonando. Come una parte cospicua della miglior fantascienza non manca di sottotesto politico, che però non è troppo in primo piano, e al contempo non tralascia un buono sviluppo dei personaggi. Spiega senza fare spiegoni, ragiona senza essere né oscuro né pedante. Capolavoro quindi? No, soprattutto perché un po’ come per "Interstellar" che pure mi è piaciuto moltissimo, alla fine la soluzione ricasca nella fattispecie “loop temporali” che hanno francamente rotto il cazzo. Un ottimo film, comunque sia.

quattroemezzo

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Finalmente arrivo a parlarvi del secondo acquisto fatto a Stranimondi l'ottobre scorso, ossia dell'ultimo romanzo di Emanuela Valentini che in quell’occasione ho anche avuto il piacere di sentire dal vivo in una tavola rotonda a tema fantascienza insieme ad Andrea Viscusi, Francesco Troccoli, Alessandro Vietti e Francesco Verso.

angeli-di-plasticaTrama: Mei vive nel Sobborgo Corporativo, suo padre Tartan è il primo ingegnere della multinazionale Plastic Art. Ogni notte un ragazzo la visita in sogno e in quel luogo si amano, un giorno il ragazzo la conduce fino a lui nei sotterranei dell’azienda di suo padre, per liberarlo. E’ privo di memoria e non ricorda chi sia o da dove venga, ma è uscito da una macchina prototipatrice dell’ala nord che da quattordici anni si è messa “stampare” essere umani al posto di oggetti di plastica. Non si sa da dove vengano, ma sono arrivati in molti. Per la maggior parte sono incompleti,  incapaci di vita autonoma o mostruosi,  ma alcuni di loro come il ragazzo che ha chiesto a Mei di liberarlo non sono solo perfetti, ma hanno anche capacità super umane. Inoltre nel corso degli anni, tra quelli che sono usciti storpi ma vitali, molti si sono liberati e vivono nelle fogne pronti a scatenare una rivolta.

Commento: Angeli di Plastica è un buon libro, senza dubbio. E’ buono innanzitutto perché è ben scritto, e poi perché non ti consente di sedere comodo in poltrona. Al contrario si getta contro di te cercando di sfondare tutte le tue sicurezze: a testa bassa, in maniera programmatica e a volte anche un po’ irritante, ma in modo indubbiamente efficace. Al netto delle sue soluzioni scenografiche un po’ troppo pop per i miei gusti, come nella migliore fantascienza l’intreccio nasconde mille tematiche e idee anche in senso lato (e non è necessariamente una brutta parola) politiche. E’ difficile ad esempio non vedere l’analogia con il reale negli attentati suicidi delle creature emarginate, come è difficile trascurare la brutalità dell’accoglienza che questi riservano a Mei. Notare bene: questi mica sono i cattivi, anzi all’inizio l’autrice ci porterebbe a parteggiare per loro e non è che alla fine, sebbene ci appaiano orribili, risultino necessariamente i peggiori. Non so se fosse quella l’intenzione, ma io ci ho trovato  il tentativo di mettere in scena il fatto che, se noi guardiamo gli eventi semplicemente per quelle che sono, il loro significato (la loro “valenza etica”?) diventa automaticamente ambiguo.

Angeli di Plastica è infine un buon libro – e con questo chiudo la mia esegesi che sta già sconfinando fin troppo nel pippone - soprattutto perché fa un nobile tentativo di stravolgere lo standard del romanzo adolescenziale dei nostri giorni: pieno di creature “superumane” (vampiri, licantropi, demoni, angeli etc. etc.) che titillano il desiderio dell’adolescente si sentirsi speciale, per addomesticarli poi ad una versione stereotipata, esangue e tranquillizzante. Al contrario gli "angeli" della Valentini (sempre che tali veramente siano e per fortuna è più che lecito dubitarne...) non hanno nulla di tranquillizzante, solo pulsioni narcisistiche e/o distruttive.  Anche se…

Anche se  alla fine, quando tutto, ma tutto, ma proprio TUTTO è andato in rovina qualcosa da qualche parte ancora sopravvive nel sogno gotico dell’amore tra due adolescenti… qualcuno la chiamerà luce o speranza, ma io tutto sommato avrei preferito fermarmi al penultimo capitolo.

Un ultimo appunto: notizia di ieri, Angeli di Plastica è stato inserito nella cinquina della opere finaliste del Premio Vegetti (ovviamente per la categoria "romanzo di fantascienza") patrocinato dalla World SF Italia.

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Titolo: Angeli di plastica
Autore: Emanuela Valentini
Editore: Delos
Lunghezza: 203 pagine (cartaceo)
Prezzo: 15€ cartaceo / 3,99€ e-book

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Oggi desideravo parlarvi di uno degli acquisti che ho effettuato a Stranimondi, l’ottobre scorso. Speravo di poterlo fare prima, ma è stato un autunno molto intenso lavorativamente parlando e il tempo che sono riuscito a dedicare alla lettura (e alla scrittura, e a questo blog…) è stato abbastanza limitato. Ma conto che questo inizio di anno sia molto meglio da questo punto di vista.
fsf-g-015Fantasy & science fiction” è una storica rivista americana (il primo numero è uscito nel 1949, attualmente l’uscita è bimestrale) che pubblica racconti e novelle di genere fantastico, nonché qualche saggio. Le edizioni ELARA hanno acquistato i diritti per la pubblicazione dei testi di questa rivista e pubblicano questi libretti (160 pagine) di sola narrativa scegliendo tra i loro racconti preferiti in sessant’anni di racconti della rivista anglofona.
La cadenza della rivista italiana sarebbe nominalmente mensile ma nei fatti sembrerebbe abbastanza aperiodica, ha l’ambizione di uscire anche in edicola (per cui deve avere tirature ragguardevoli) e un prezzo molto popolare, ossia 5,90€.
Io una volta deciso di acquistarne un numero ho puntato sul il volume numero quindici (a tutt'oggi il penultimo), attratto dal racconto di Eleanor Arnason autrice di cui ho già apprezzato vari testi. L’ho letto a tappeto, dal primo racconto all’ultimo, ma vista la formula è il genere di pubblicazione in cui uno potrebbe anche scegliere di leggere alcune cose e non altre. Nel numero quindici il parco racconti è davvero vario: ne abbiamo di molto recenti e altri più datati, racconti di fantascienza, fantasy, un paio di puntate nell’horror/weird e anche umoristici; abbiamo racconti piuttosto lunghi e racconti brevi, autori di una certa notorietà (es.: Clifford Simak che, mi pare di capire, sia un "pallino" di Elara) e altri pressoché sconosciuti in Italia (es.: Frederic S. Durbin).
Non ho amato tutti i racconti del lotto, ho ad esempio trovato piuttosto noioso il fiabesco “La settima figlia” di Bruce McAllister, peraltro fortunatamente molto breve, però ho in compenso amato molto l’ampiezza panoramica dell’operazione che riflette pienamente il mio gusto per il fantastico.
Ecco questa aspetto va considerato: non so se sia limitata al numero in m io possesso (ma credo di no, lo stile generale mi pare troppo coerente su questo punto perché sia un caso) ma non aspettatevi cyberspazio, fantascienza ipertecnologia con diluvi di termini incomprensibili, violenza gratuita, cinismo e amoralità a bella posta o l’autore diventato famoso questa primavera.  Qui l’immaginario ha un procedere più classico, trova il suo tempo e il suo spazio in gesti più lenti e spesso meno eclatanti, senza voler assestare a ogni costo colpi sotto la cintura.
Decidete voi se questo gusto un po’ retrò sia un pregio o un difetto: io lo trovo un pregio (apprezzo anche roba più “dura”, sia chiaro, ma queste corde sicuramente mi appartengono) e se solo potessi dotarmi di una vita accessoria comprerei oggi stesso tutti i numeri e mi chiuderei in casa a leggerli.
Due ultime considerazioni, apprezzo molto il fatto che i racconti siano qua e là spezzati da immagini, e anche l’idea di muovere un po’ il layout pubblicando alcuni racconti su due colonne e altri in colonna unica. Unico neo della pubblicazione: ho intercettato qualche refuso.

quattro

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3

Con la recensione di oggi relativa a “La medusa” di Romina Casagrande concludiamo i nostri articoli all’interno del progetto Leggere Italiano Blogtour.  Siccome né io né Sara avevamo mai partecipato a un blogtour è stata a suo modo un’esperienza interessante e intensa, a cui speriamo di avere dato un contributo positivo!

2wq73ig-jpgIl romanzo è in giveaway per cui iscrivetevi alla newsletter di Mekbuda/Mebsuta, commentate questo post e gli altri dedicati al romanzo (dovrebbero uscirne un paio sul blog di Mirta di qui alla fine del blogtour) per partecipare all'estrazione del libro.

71oj02ehhslTrama: Nel 1816 al largo della costa del Senegal la fregata Meduse si arena tra le acque basse. I notabili che si trovano sull’imbarcazione vengono caricati su lance di salvataggio, mentre per tutti gli altri (centocinquanta persone tra soldati e cittadini comuni) viene costruita una zattera, che dapprima viene trainata e quindi abbandonata al suo destino. Quando una nave incrocerà i naufraghi solo quindici persone saranno ancora vive, e quelle quindici per mantenersi in vita avranno dovuto macchiarsi di indicibili delitti. Sarà Charlotte, emigrante francese  e sorella del piccolo Luc a raccogliere in un lazzaretto ai confini del mondo la testimonianza di uno dei sopravvissuti, trascrivendola in una lettera che dovrà essere consegnata a una ragazza di Parigi.
Nel 1819 l’eco di quel che è avvenuto è giunto fino alla capitale, e il fatto di cronaca è entrato a far parte dell’immaginario collettivo tanto da ossessionare il pittore Theodore Gericault che da mesi lavora nel suo studio per farne un dipinto. Liz, cameriera in una casa chiusa, in cui vive insieme al figlio Titù incontra Louis, aiutante del pittore Gericault e gli promettere rivelazioni sulla Meduse, Titù infatti è un bambino speciale, non parla ma attraverso i suoi disegni gli spiriti di coloro che sono morti al largo del Senegal cercano di raccontare quanto è accaduto.

La medusa è un romanzo elegante e ben strutturato: passato e presente si alternano incorniciati da sezioni che portano il nome dei colori della tavolozza di Gericault. L’intreccio funziona bene e trova una sul risoluzione finale che io ho trovato pienamente soddisfacente. L’ambientazione storica è ben ricostruita (o piuttosto credo che dovrei dire, a me ha rimandato una sensazione di rigore, ma non sono uno storico) con la giusta dose di dettagli, né troppi né troppo pochi. Per quanto riguarda i personaggi, sono ben descritti e ci appassionano alle loro vicende. L’unico appunto che mi sento di fare è sullo stile, nulla da eccepire sulla sua correttezza e bellezza formale, ma l’ho trovato troppo ricco di metafore, similitudini e più in generale di periodi ellittici che rallentano la lettura diminuendone il piacere.

Per concludere è importante da sapere tutto il libro trasuda una grande passione per la letteratura ottocentesca, ricca di segreti indicibili, malvagità inaudite, storie d’amore e morte coniugati con un certo pudore del racconto: a voi decidere se dal vostro punto di vista la cosa rappresenta un pregio o un difetto.

Io in questo caso l’ho apprezzato.

quattro

Autore: Romina Casagrande
Titolo: La medusa
Casa editrice: Arkadia editore
Prezzo: 15,00€

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Eccoci alla nostra seconda recensione nel contesto di Leggere Italiano Blogtour. Come alla maggior parte dei libri del Blogtour anche a questo è legato un giveaway, ma siccome io sono stato troppo tonto per aver essermi dotato nei tempi giusti dell’opportuno modulo di google, vi rimando per la sua compilazione all’articolo sul blog di Gioia Anassagora che lo ha già creato. Tanto comunque per partecipare al giveaway dovete commentare sia il nostro articolo che il suo! Mi raccomando dovete seguire anche la pagina facebook dell'autore e iscrivervi al nostro blog!

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Preambolo: questo blog si occupa di fantastico e questo libro non ha nulla che vada “al di là del reale”, pertanto questa recensione è destinata a rimanere in qualche modo un'eccezione all’interno del nostro blog. Ho scelto (dovrei dire "abbiamo", ma questo l'ho scelto proprio io) anche questo libro per il blogtour perché porta come titolo un  riferimento a vita e opere di Lindo Ferretti (ex frontman dei CSI e CCCP).
E ora via con la recensione vera e propria!

41qfryakedlTrama: Nicola è rimasto folgorato da un viaggio improvvisato effettuato nell’Europa dell’est, cominciato a rimorchio di una coppia di amici e continuato in solitaria. Da quel punto in poi il suo modo di viaggiare, ma anche la sua vita, non saranno più gli stessi. Dopo la laurea e un annetto di impiego a Roma per un’azienda che organizza eventi lascerà il lavoro per cercarne uno migliore, tra mille sbronze, contraddizioni e crisi di coscienza effettuerà altri viaggi, tenterà l’espatrio, lo studio all’estero,  il lavoro in un azienda della famiglia allargata e finirà in Perù prima per visitarlo e poi come luogo di rifugio per scrivere il suo libro (questo), fino a quando persino la sua salute chiederà un conto assai salato.

Nicola Fermani ha all’incirca la mia età, per cui tra me e Fedele alla linea si è creato innanzitutto un legame generazionale.  Rivedo nelle disavventure del protagonista, raccontate a cuore aperto e senza reticenze, anche alcune le contorsioni della mia vita e di quella di molte persone che conosco. Avete mai sentito parlare della cosiddetta “crisi post-laurea”? E’ quella che si prova quando si conclude oltre ogni ragionevole dubbio il percorso che altri (le istituzioni, i genitori) hanno descritto per noi: il mondo si espande in una miriade di possibilità e se non ci arrivi già con un progetto, o rifiuti l’idea di creartene uno preciso, è un attimo che la tua vita rimanga impantanata nella vertigine di questa libertà. In quella terra di mezzo tra una tardiva adolescenza e un’incompiuta età adulta ci si può anche passare, letteralmente, la vita. Non so se fosse esattamente questo il tema che voleva esplorare Nicola scrivendo questo libro, ma di certo questo è il significato che ha avuto per me.

Quindi mi è piaciuto il libro di Nicola? Così così. La scrittura è buona, scorrevole, a volte spumeggiante, per cui il libro si legge di volata. Nel complesso ha diverse frecce da sparare per le persone a cui piacciono i modelli a cui si ispira (il primo che mi viene in mente è il Gianluca Morozzi de “L’era del porco”). Però è anche vero che non ho provato eccessiva simpatia per l’autocompiacimento con cui procedono le avventure del protagonista e anche un interesse moderato per le sue riflessioni e digressioni “filosofiche”: in un libro come questo in cui tutta la vicenda è portata avanti dal protagonista (gli altri personaggi, come pure i luoghi, hanno rilievo marginale) questo è, ahimè, l’aspetto determinante.

Per concludere così come ho cominciato una parola sul titolo. Come ho detto la citazione da Lindo Ferretti è uno degli elementi che mi ha attratto. Confesso di averla trovata pretestuosa per quasi tutto il libro: non mi era chiaro, al di là delle passioni musicali dell’autore, che cosa mi volesse comunicare. Poi però ho riflettuto meglio, Ferretti è un tipo contraddittorio, ha combattuto tutta la vita la famiglia e la chiesa come istituzioni (parole sue) e alla fine si è ritirato a vivere nella sua famiglia e chiesa. Quindi “Fedele alla linea” significa in realtà “Infedele a qualunque linea ideale ma fedele a sé stesso”.
E allora tutto sommato la citazione ci sta.

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Autore: Nicola Fermani
Titolo: Fedele alla linea - in fuga verso me
Casa editrice: Eremon Edizioni
Prezzo: 2,49€ (ebook)

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Con l'arrivo di settembre riprendiamo le fila del blog, con una recensione del libro di "Dopo cinquecento anni" di Valentina Capaldi pubblicato da Watson. Per quanto riguarda le "grosse novità" annunciate nel post precedente invece vi chiediamo di resistere alla curiosità ancora qualche giorno!

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Trama: Inghilterra 1509 il demone Rakgat viene tramutato in umano da un gruppo di streghe.  Gli rimangono occhi inquietanti, forza eccezionale e immortalità. Le stesse streghe hanno trasformato in nano l’umano Tighe, rendendo anch’esso immortale. Rakgat ha scarsa dimestichezza con il mondo degli umani perciò accetta di stringere con Tighe un patto di sangue che li porterà alla ricerca di una soluzione per entrambi. Rakgat un idea ce l’ha: deve trovare il demone Guardiano, colui che ha la chiave per la porta degli inferi, ma prima ha bisogno di scoprire chi è e dove si trova. A Parigi interpellando Coemgen, un demone che vive da molti anni sulla terra dove conduce una bottega di sarto, scoprono che il guardiano è Tarb, un acerrimo nemico di Rakgat: tornare negli inferi rischia di non essere cosa facile.

Dopo cinquecento anni è un’avventura lineare, scritta con un linguaggio semplice ma efficace, con un narrato veloce che va al sodo senza perdersi in troppe descrizioni. Soprattutto è un libro divertente le cui cifre generali sono innanzitutto leggerezza e ironia, per cui consiglio di astenersi a tutti coloro che sono in cerca di oscuri demoni romantici: qui siamo più dalle parti del picaresco, i conti si regolano a suon di mazzate, con la giusta dose di cinismo e scorrettezza che ci si aspetta da una creatura demoniaca.

Rispetto alle due macro partizioni del libro ho preferito la prima ambientata nel 1509 alla seconda ambientata ai giorni nostri. Se la prima ha il respiro arioso di un’avventura che ci porta in giro per mezzo mondo, la seconda, nettamente più breve, si incarica non solo di portare il romanzo a risoluzione, ma anche di descriverci l’intero arco del protagonista attraverso l’introduzione di due personaggi nuovi piuttosto importanti che però, compressi in poche pagine, finiscono per essere un po’ stereotipati. Niente di grave, comunque sia: il libro regge lo stesso bene fino all’ultima pagina.

Bella la copertina e buono l’editing (ho intercettato solo un paio di refusi) e un applauso anche per il prezzo popolare praticato dalla casa editrice.

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Autore: Valentina Capaldi

Titolo: Dopo cinquecento anni

Casa editrice: Watson

Prezzo: 10€

 

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