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Attendo sempre con ansia l’uscita dei nuovi Black Mirror. E’ una serie che ritengo praticamente un unicum e in un certo senso per me ha fissato un nuovo paradigma della serialità.
In primo luogo ogni stagione è composta da pochissime puntate (cosa che, peraltro, rende possibile persino a me riuscire a guardala tutta...). In secondo luogo queste puntate sono tra loro slegate e non si preoccupano di avere un chiaro e univoco universo di riferimento. Già bastano queste due caratteristiche a farne un fenomeno del tutto contro corrente. Le due caratteristiche delle serie che a mio avviso hanno facilitato più di ogni altre la conquista del pubblico derivano proprio dalle modalità opposte a quelle prima dettagliate.

Uss Callister

Una è che i personaggi sono sempre gli stessi, l’altra è che la storia che raccontano è sempre la stessa, tanto che anche nelle serie poliziesche a episodi singoli spesso c’è una storia di lungo respiro che scorre come un fiume sotterraneo e ricorrentemente affiora in superficie. Come minimo c’è una consecutio delle interazioni dei personaggi che si guardano, si innamorano, litigano, si lasciano, si rimettono insieme, si odiano, si sfidano poi arrivano altri personaggi e il ciclo ricomincia virtualmente in eterno. Nei fatti queste dinamiche sono importanti per conquistare il pubblico altrettanto quanto le storie, se non di più: non rispettare questo canone significa prendersi un grosso rischio, è come andare a caccia ogni giorno del voto dell’elettorato di opinione. Senza contare che per il pubblico addomesticato all’altra modalità è molto più faticoso ogni volta pensare un nuovo universo, delle nuove relazioni (necessariamente più superficiali), per non dire del dover riflettere e comprendere i dettagli e le implicazioni di un nuovo incubo tecnologico. E citando questo elemento arriviamo alla terza caratteristica che fa di Black Mirror una serie del tutto speciale, la sua carica di implicazioni in senso lato “politiche”.
Quindi in sostanza chi ama Black Mirror, è disposto a prendere una parte assai più attiva nella fruizione, ma al contempo gli chiede molto di più. Quando è uscita la terza serie ho preso con una certa sufficienza il fuoco di fila di critiche e accuse che hanno accompagnato la traslazione sulla piattaforma Netflix, un prodotto come Black Mirror tra le altre cose, è per la sua stessa natura è destinato a creare una fascia di fondamentalismo che vede insidie celata dietro ad ogni cambiamento, per cui come mio solito ho guardato e valutato. E devo dire che l’ho trovata molto buona, episodi mi sono piaciuti di più altri di meno, ma nel complesso ho trovato che cedesse pochissima distanza alle serie precedenti.

Crocodile

Questa quarta però, devo dire che ha un po’ deluso pure me. Ossia, non ci sono puntate che prese da sole io abbia reputato poco godibili. Le ho guardate tutte di infilata e tutte per un motivo o per un altro mi hanno trasferito una quota di “divertimento” più che accettabile, però non posso negare che manchi qualcosa. E che cos’è questo qualcosa, in sostanza? E’ proprio la cosa che rendeva Black Mirror ai miei occhi una cosa “unica” e “speciale”, ossia la sua carica “politica”, che qui è limitata a mio avviso a due soli episodi, “Arkangel” e seppure in misura minore “Crocodile” - episodio su cui ho letto critiche abbastanza feroci, ma che io invece trovato piuttosto riuscito. E se “Hang the dj” potrebbe di certo averla questa carica, ma la perde tutta di botto risolvendo il suo sviluppo in un alquanto deludente “ribellati e segui il tuo cuore”. E se pure in “Metalhead”, l’episodio più povero di contenuti di tutta la serie, potremmo ravvisarne una traccia se ci venisse detto almeno qualcosa di più di quello che sta succedendo… “Black Museum” e “USS Callister” che pure sono gli episodi narrativamente più strutturati e in un certo senso pure più riusciti, sono puri divertessment che potrebbero provenire direttamente da “Ai confini della realtà”.
Serialità a sua volta dignitosissima, anche mitica se vogliamo, ma comunque… un’altra cosa.

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Rieccoci qui… di nuovo.  Siamo ancora vivi anche se magari iniziavate a pensare il contrario. Per motivi diversi sia per me che per Sara è stato un autunno un po’ molto complicato, e il progetto del blog è rimasto al palo come un po’ tutto il resto del nostro mondo legato alla scrittura. Però ci teniamo a non abbandonarvi, per cui ecco che oggi spariamo nell’etere un’altra recensione. Questa volta si tratta della serie tv del momento targata Netflix, ovverosia Dark.

Trama: anno 2019 a Winden, sonnolenta cittadina tedesca cresciuta all’ombra di una centrale nucleare,  da un paio di settimane è scomparso un ragazzo di nome Erik. Jonas ritorna a scuola dopo due mesi di assenza per stress post traumatico causato del suicidio del padre e quella stessa sera insieme al migliore amico Bartosz e ai tre fratelli Nielsen (Marta, ragazza di Bartosz, il maggiore Magnus, e il piccolo Mikkel), si recano all’imboccatura delle grotte per recuperare la droga che Erik aveva nascosto in una poltrona abbandonata. Un rumore proveniente dalla caverna li mette in fuga e nel trambusto che segue scompare anche il piccolo Mikkel. E’ l’inizio di una vicenda che coinvolge la storia di quattro famiglie: i Nielsen, i Tiedeman, i Doppler e i Khanvald  tra 1953, 1986 e 2019.

Commento: raccontata così potrebbe sembrare un dramma famigliare, ma in realtà siamo nel campo della fantascienza. Il 1953, il 1986 e il 2019 sono i tre anelli concatenati di un loop temporale della durata di 33 anni, collegati da tunnel sotterranei scavati nelle grotte di Winden. C’è qualcuno che fa sparire i ragazzi e li utilizza per esperimenti sui viaggi nel tempo. C’è qualcuno che vuole riscrivere la storia per cambiare il presente e il futuro. C’è qualcuno che ancora insegue i suoi desideri e rancori di ragazzo. Ma, in un modo o nell’altro, quasi nulla è come appare. Dark è un’opera intensa, drammatica, dalla fotografia livida, che si prende tutto il tempo necessario per tratteggiare i personaggi, le loro relazioni ed ossessioni e ce li restituisce attori di una storia complessa e corale, a tratti difficile da seguire. Non è un’opera perfetta, ogni tanto la cinghia di trasmissione tra gli eventi slitta, le motivazioni di certe scelte appaiono poco decifrabili e alcune soluzioni appaiono discutibili. Ciò nonostante è un’opera affascinante, che mi ha molto appassionato. . Magnifiche la sigla e la colonna sonora.

Da sapere che, anche se non è priva di finale, se vogliamo sperare di avere qualche risposta in più su un numero di domande che restano aperte, dobbiamo sperare che producano la stagione due (ma direi che lo faranno, dato che la seria sta avendo un certo successo...). Concluderei dicendo che: se proprio vorranno farne anche una stagione tre, d’accordo, ma magari poi si fermino lì, e soprattutto che lo facciano un istante prima di essere travolti dalla sindrome Lost e buttare tutto in merda.

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